Una birra tra giovani “vecchi” quarantenni: THE Ex live @ Hiroshima Mon Amour

Wonderful, you all were so great!! You look like you were twenty, here in the stage!”

Oh, really?? Thank you so much. Would U have a beer?”

The Ex
Quando vai ad ascoltare dal vivo una delle band più iconiche della generazione post-punk sperimentale, e lo fai in uno dei luoghi storici della musica live “underground” (fortunatamente ancora vivi e vegeti) in quel di Torino, certe cose devi metterle in conto. Come ad esempio quella di riuscire a incrociare Arnold De Boer – che da ormai 10 anni è il cantante e chitarrista degli olandesissimi
The Ex – subito dopo avergli visto staccare lo ‘strumento’ dal suo ampli griffato Fender, amorevolmente arrotolare i cavi di connessione, e dolcemente riporre la sua chitarra – griffata adesivo “ghana custom” – nella custodia da viaggio. E, a ben vedere, lo spirito sperimentale e concettualmente (e forse anche politicamente) anarchico di questo divertente quartetto di musicisti non dev’essere molto cambiato da quando – quasi esattamente 40 anni fa – iniziarono a calcare i palchi più alternativi di mezza Europa con le canzoni del loro primo album “Disturbing Domestic Peace”. Da quel momento in poi sono entrati a buon diritto nel novero delle band meno mainstream e più sperimentali degli anni ’80, creando attorno a loro un piccolo culto tra le menti di quei giovani che in quegli stessi anni (e forse alcuni di loro anche oggi) non volevano allinearsi alla cultura dominante, e alla musica Pop con cui le ‘major’ volevano saturare il mondo. Martedì sera, all’Hiroshima di Torino, sono sbarcati i The Ex e i loro quarant’anni di salti, distorsioni, schitarrate, feedback e improvvisati irripetibili ensamble suonati ‘a braccio’. E a volte, ‘a transenna’, nel vero senso del termine.
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Quando ti ritrovi un manico di chitarra che stride elettricamente contro le sbarre del divisore da cui, movimentatamene, vieni quasi cacciato a colpi di decibel, capisci di essere tornato anche tu indietro almeno di qualche decennio: e improvvisamente, le tue sneaker nere si tramutano in anfibi, il tuo giubbottino con cappuccio stile k-way diventa eskimo, e i dondolamenti cadenzati in avanti e indietro si tramutano praticamente in un pogo all’ultimo sangue. In quasi un’ora e mezza di musica alternative noise, la noia non ha di certo attraversato gli impavidi nostalgici che hanno affrontato i mortali pericoli di un concerto infrasettimanale (con tutto ciò che ne può conseguire in termini di sonno perso e hangover mattutino) : tra i brani tratti dall’ultimo lavoro “27 Passport” (che hanno suonato quasi completamente e tra cui van doverosamente citate le bellissime Soon all cities, This car is my guest, e The Hert conductor) e un paio di brani da Catch My Shoe (album del 2009), i veterani Terrie e Katherina (batterista essenziale ma efficace), con l’aggiunta di Arnold (quello della birra) e Andy, hanno trovato anche il tempo per rivolgere qualche battuta al pubblico (“ci spiace per questa balaustra che ci divide da voi, vi vorremmo tutti qui sotto con noi’) e per ricordare la loro recente apparizione al Festival di Radio Blackout (‘vediamo alcune facce che ci ricordano il concerto di Black Out, grazie per essere coraggiosamente di nuovo qui!’).
Pare una festa tra amici: e in questa occasione, quasi non ti rendi conto che la loro musica, e persino la loro line up (da cui, in verità, si sente un po’ la mancanza del buon vecchio G.W. Sok, fondatore, ed ex leader e cantante del gruppo), si è evoluta e un po’ trasfigurata da quell’anarco rock da cui prendevano le mosse 40 anni fa. Come detto, il concerto si chiude tra sorrisi, pacche sulle spalle, strette di mano a tu per tu con il gruppo. E offerte di birra. Che però mi è toccato rifiutare: niente hangover per me, il giorno dopo.

Stefano Carsen

Stefano Carsen

"Sentimentalmente legato al rock, nasco musicalmente e morirò solo dopo parecchi "encore". Dal prog rock all'alternative via grunge, ogni sfumatura è la mia".