TOdays 2022 Day 2!

TOdays 27 /8 / 2022


Aprono gli Squid. Senza ombra di dubbio il loro set è stato il migliore della serata e uno dei più entusiasmanti di tutto il festival. Perfetti sotto tutti i punti di vista, per attitudine, energia, dinamica, coesione, e, pur essendo giovanissimi, professionalità.
Se le cose andranno nel verso giusto per gli Squid il loro futuro sarà molto luminoso. La loro opera prima, Bright Green Field dello scorso anno è stato un esordio coi controfiocchi. Proposto quasi nella sua interezza dal vivo, le sue canzoni ne hanno addirittura guadagnato. Ritmiche dritte, stacchi nervosi e secchi, furiose derive noise, squisite aperture jazz e inaspettate infatuazioni cosmiche.
La sezione ritmica formata da Laurie Nankivell al basso (ma fighissimi anche i suoi interventi alla tromba) e Ollie Judge il preciso batterista e voce principale del gruppo è un treno inarrestabile, le chitarre di Anton Pearson e Louis Borlase guizzano argentee e debordano quando devono, le tastiere di Arthur Leadbetter ornano il tutto. Potenti e trascinanti al punto di scatenare un pogo come non si vedeva dai tempi dei Cramps.
Inserirli nell’affollato carrozzone del nuovo post-rock significa sminuirne il loro grande potenziale: questa è una vera nuova grande band che seguiremo con grande attenzione nella loro evoluzione. Avrebbero avuto maggiore visibilità fossero stati spostati più avanti nella serata, ma se continueranno così li vedremo presto come headliner. S T R E P I T O S I.







Lo spettacolo delle Los Bitchos, le ragazze di stanza a Londra (ma provengono da Uruguay, Svezia e Australia) è stato scanzonato e divertente. Insomma hanno fatto un gran bel casino e qualcuno tra il pubblico si sarà certamente innamorato degli occhi da cerbiatta di Agustina Ruiz che da dietro le sue tastiere emanava vampe di un innocente erotismo. Una giovane Marianne Faithful con lo sguardo di Anne Hathaway. O forse della frangetta bionda agitata con disinvoltura dalla bassista Josefine Jonsson. La chitarrista Serra Petale invece si divertiva a fare delle facce buffe e simpaticissime ed è un po’ il centro gravitazionale del gruppo, completato da Nic Crawshaw che picchiava con fervore suoi tamburi.
Il loro repertorio è un po’ fuori dagli schemi: fanno brani solo strumentali con una struttura che mischia cumbia, psichedelica e surf, con un piglio quasi garage e un po’ irriverente.
Insomma, ci hanno fatti stare bene, ed quello che in queste giornate conta di più.



Un cielo squarciato dai fulmini ha fatto da cornice al set dei bielorussi Molchat Doma e per un’ora siamo stati teletrasportati a Minsk.
Per i motivi del loro successo, non tanto per la quantità di dischi venduti ma per l’enorme numero di ascolti che fanno registrare sulle piattaforme, servirebbe un saggio di Mark Fisher.
Fosse ancora tra noi indagherebbe senz’altro sui processi psicologici che vengono a crearsi nella mente di un pubblico di giovanissimi. Come si può avere nostalgia di qualcosa che non si è vissuto? Quale attività hauntologica si innesca? Lo conclusioni che trarrebbe potrebbero essere  molto più semplici di quanto si possa presumere: con molta probabilità il gusto per certa new-wave di stampo dark e goth è stata trasmessa dai padri che una quarantina di anni fa frequentavano locali come il Tuxedo o lo Studio2 e compravano dischi come “Faith”, “Closer” o “First and Last and Always”.
In ogni caso una marea di ventenni ha seguito con passione il concerto di una band che sembra la reincarnazione di quei Cure, calati in una scenografia essenziale ed efficace nell’evocare scenari nebbiosi e disadorni e la citazione di “A Forest” all’inizio di uno dei brani in scaletta ne è l’esempio calzante.
Non sono a conoscenza dell’esistenza di una corrente sotterranea che scava a fondo nel genere, di certo una grossa fetta del pubblico intervenuto apposta per loro lo è e ne è entusiasta.





Per Vincent Fento, Aka French Kiwi Juice, Aka FKJ vale un po’ il discorso fatto per Tash Sultana. Anche per lui numeri impressionanti, soprattutto in Francia, il suo paese d’origine, dov’è apprezzatissimo. FKJ è un poli-strumentista in grado di passare da uno strumento all’altro istantaneamente alternandosi tra tastiere, chitarre e strumenti a fiato; coadiuvato da una loop-station crea dal nulla i suoi brani poi li destruttura e crea altre sequenze con un’abilità fuori dal comune.
Quasi un giocoliere della musica che nelle sue mani diventa un materiale plasmabile che si trasforma continuamente in un flusso ininterrotto di brevi sequenze, a cui fanno seguito altre brevi sequenze con più beat, e poi altre ai margini della neo-classica o del nu-jazz.
Tutte mediamente dimenticabili nello stesso istante in cui ne entrano in gioco altre. Dopo alcuni minuti dove ha suonato tutto da solo sono poi saliti sul palco un batterista tecnicamente spettacolare, un bassista e altri musicisti.
Immersi in una scenografia che sembrava un salotto di lusso elegantemente illuminato i tre hanno dato vita a un concerto spettacolare per la tecnica messa in campo. Nulla da eccepire ma qui parliamo di nu-fusion, termine che ho appena adesso coniato e già mi fa rabbrividire.
La pioggia che a metà concerto è diventata battente gliel’avranno mandata quegli altri da Minsk.





A presto per la terza serata!







Roberto Remondino

"Wishin' and hopin' and thinkin' and prayin' Plannin' and dreamin' each night of her charms That won't get you into her arms So if you're lookin' to find love you can share All you gotta do is hold her and kiss her and love her And show her that you care".