Low – HEY WHAT (Sub Pop Records, 2021)

I Low erano giunti alla metà del decennio scorso ad un punto in cui il loro perimetro sonoro fatto di chitarre, percussioni e voci, con la singola deviazione di Drums and Guns del 2007, era stato ormai perlustrato in lungo e in largo talmente tante volte da non lasciar più alcun margine aperto da poter esplorare.
The Invisible Way e Ones and Sixes erano, ancora una volta, degli album riusciti esattamente come chi apprezzava e amava il gruppo poteva attendersi dopo vent’anni di carriera immacolata, tuttavia erano privi di scosse, perfettamente Low.
Ma continuare su quel percorso battuto così tante volte non era evidentemente ciò che Alan Sparhawk e Mimi Parker avevano in mente per gli anni a venire.
Il primo ascolto completo di Double Negative nel 2018 ebbe l’effetto di una sorta di slavina di detriti elettronici che colava nelle orecchie. Un suono alieno proveniente da profondità inenarrabili, una radio accesa sott’acqua nel momento in cui sta per andare in corto circuito, l’incanto sinistro di voci purissime che emergevano sul rantolo di un pianeta morente, il crollo di una costruzione che pareva indistruttibile sotto le cui macerie ancora si sentono flebili voci.
Il disco, detestato da molti adorato da altri, è diventato in solo tre anni dalla sua uscita una pietra miliare, una delle pochissime del decennio trascorso, ma ancor di più  il perfetto paradigma di quello che è il suono rappresentativo dell’epoca che stiamo vivendo. Un disco del “qui ed ora” come pochi altri, sebbene comunque immerso paradossalmente in un suo canone di classicità, quella che non permette mai di suonare vecchi anche a distanza di anni, dovuta all’incanto del matrimonio vocale tra Alan e Mimi.
Il nuovo album riparte da quella cesura, da quel crollo, da quell’11 settembre del percorso dei Low e cerca di rimettere ordine tra quelle macerie nella piena coscienza che nulla potrà più essere come prima ma che distruggere è la necessaria base per ricostruire.
La copertina, una nebbia grigia, rievoca l’immagine che accompagnava gli esperimenti di “rumore rosa” (white noise) sperimentali e prodromiche alle trasmissioni televisive in UHF negli anni 70, un’immagine confusa priva di punti di riferimento. Dopo i White Album e Black Album che hanno segnato la storia della musica, un album grigio, immerso nel dubbio, ma non meno assertivo.
“Hey What” è il titolo, così senza interrogativo, quasi a dire: che cosa è successo? Ma avendo già in testa la risposta, o almeno “una risposta”.
E la risposta è in quello staccato distorto che introduce “White Horses” riprendendo il filo dagli ultimi riverberi dello staccato di “Disarray” su Double Negative, quasi in un lavoro di cucitura tra i due dischi.
Ma mentre il secondo, a chiudere il disco precedente era un suono in qualche modo arreso, questo è reattivo, deciso, quasi marziale e le due voci lo cavalcano audaci, cristalline, forti mentre intorno la nebbia elettronica si diffonde circondandoli. Un beep punteggiato, quasi un segnale morse, si apre progressivamente in un volteggio astrale ed è “I can wait,… But I can’t wait for it all And I can’t wait too long………I’m afraid A mistake has been made There’s a price to be paid” ed è difficile non mettere in relazione questi versi con il dramma collettivo che ci attanaglia tra pandemie e paure per gli effetti del riscaldamento globale. C’è un prezzo da pagare e non si può più attendere a lungo.
Le voci restano sole, puro cristallo nel vuoto, diventano una nenia e “All Night” marcia lenta su un loop ipnotico “All night You fought the adversary It was no ordinary fight , il tripudio vocale è una cattedrale maestosa con evidenti squarci sulle pareti, tra gli affreschi, i segni di evidenti di una battaglia in cui tutti hanno perso ed è Il canto a lutto di “Disappearing” a chiudere in modo sacrale la prima metà del disco con un barbaglio di speranza di fronte all’ignoto “That disappearing horizon It brings cold comfort to my soul An ever-present reminder The constant face of the unknown, unknown”.
Un soffio ripetuto, un battito costante e la voce angelica di Mimi ci porta in un terreno desertico, sotto un sole che non lascia tregua, un sole opprimente che pesa sulle spalle “Hey We didn’t get past Michigan and Lakе Before we found oursеlves beneath the weight”, una coda lirica si perde in un vento rovente, siamo soli in un enorme spazio privo di punti di riferimento.
È un inno a risvegliarci dallo smarrimento, ad offrirci una possibile nuova direzione “When you think you’ve seen everything You’ll find we’re living in days like these”, ma le voci pure che chiamano, trovano una risposta distorta che esce da un altoparlante sfondato. Il passo non può essere che barcollante, non vi è alcuna sicurezza in giorni come questi ed i due minuti di white noise che seguono lo mettono in chiaro ancora una volta.
È la voce di Alan, subito affiancata da quella della compagna, a raccoglierci, una sorta di supplica, “Don’t walk away I cannot take anymore, Won this game, I cannot play anymore”, un momento di raccoglimento prima della rivendicazione di “More”, chiara decisa e cristallina, in piedi su un costone di aspre chitarre distorte “I gave more than what I should have lost, I paid more than what it would have cost, You have some of what I could have had, I want all of what I didn’t have”. Una nuova generazione ha pagato per gli errori delle precedenti ed il prezzo è insostenibile.
La conclusione di “The Price You Pay” come tutti i finali migliori lascia in sospeso, non ci sono certezze, soltanto auspici. C’è un prezzo che viene pagato per scelte che sono anche nostre, un prezzo assurdamente alto. “And I know what you want To forget the hurt But either side you’re on It’s not what you deserve Take you at your word I know it sounds absurd”. Il lento crescendo che ci porta alla fine è di quelli cui i Low ci hanno abituato, suono sintetico e organico mirabilmente fusi a sostenere la speranza insita in quel “it must be wearing off” ripetuto ad libitum mentre le voci si allontanano.
Una delle band più longeve ancora in vita è probabilmente quella più in grado di riflettere il e sul tempo in cui viviamo.
È questo il miracolo dei Low.

Ettore Craca

"Nel suono, nella pagina, nel viaggio, nell'amore io sono. In ogni altro luogo e tempo non sono".