MOTTA: TOdays Festival – Day 4

C’è poco da dire, la defezione di Arlo Parks annunciata circa un mese fa e dovuta al Covid ha purtroppo lasciato l’amaro in bocca ai tanti che avevano acquistato il biglietto dell’ultima serata del festival anche, se non soprattutto, per saggiare lo spessore live dell’esordiente londinese che con “Collapsed in sunbeams“ ha incantato molte orecchie quest’anno.
Il sostituto trovato in corsa è Erlend Øye, il 50 % dei Kings of Convenience quest’anno tornati alla ribalta dopo un lunghissimo silenzio con un disco peraltro convincente. Oye è ormai da tempo residente a Siracusa e questa sera si è presentato sul palco del Todays con La Comitiva, progetto autoctono completamente acustico.
Suonerà forse troppo severo ma loro esibizione non ha lasciato alcuna traccia nei registri mentali del sottoscritto, un sound leggerissimo a cavallo tra folk, musica popolare e bossanova, cantato in italiano dal leader accompagnato da qualche coro su una base di chitarre ukulele e basso e senza alcuna percussione. Personalmente l’impressione è stata quella di un progetto impalpabile che, in ogni caso per accompagnare l’incipiente crepuscolo pare sia stato sufficientemente apprezzato da una platea ancora per metà vuota.
Quando giunge il momento di Motta si è fatto scuro e il pubblico è più nutrito, peraltro la serata, come tutte le altre di questa edizione è sold out.
Il sentiero sul quale Motta si è avventurato, dopo il grande riscontro critico e le buone vendite dell’esordio “La fine dei vent’anni” è davvero stretto e periglioso, con precipizi da entrambe le parti.  
Il primo disco forte di canzoni immediatamente memorabili e di una produzione efficacissima curata da quel mago incantatore che risponde al nome di Riccardo Senigallia, aveva lasciato una traccia rilevante al punto che la citazione del suo nome come next big thing era stata alla fine di quel 2016 quasi plebiscitaria.
L’investimento del gruppo Sugar sull’artista pisano prometteva buoni rientri e il ritorno due anni dopo con “Vivere o Morire” mirava, come è normale a capitalizzare.
Il disco era il primo passo su quel ponte di funi di cui parlavo all’inizio. Infatti pur forte di alcuni brani che restano tra i migliori scritti da Francesco aveva qualche passaggio a vuoto e tendeva in qualche momento ad insistere troppo sulla formula che aveva fatto la fortuna del precedente ma con una tendenza più ammiccante in cui il mestiere, anche grazie ad una produzione molto piu’ standard in senso mainstream, prendeva parzialmente il sopravvento.
Da ì il sostanziale abbandono da parte di una buona fetta del pubblico di matrice “alternativa” sostanzialmente delusa dalla “normalizzazione” e la contestuale acquisizione, a seguito della partecipazione a Sanremo ed al ripetuto airplay sui network nazionali di “La nostra ultima canzone” di una fetta più ampia di seguito “generalista”
Il terzo disco, uscito qualche mese fa era quindi chiamato a far capire, all’alba degli anni venti, quale inclinazione avrebbe preso il percorso di Motta che si trova nell’invidiabile situazione di chi è riuscito a conquistarsi una buona frangia di pubblico parte del quale tuttavia per essere mantenuto va blandito con formule che possano agevolmente essere “passate” sui grandi network radiofonici.
L’impressione durante il concerto è che l’artista pisano si sia trovato di fronte un’audience ben rappresentata per entrambe le frange: quella entusiasta e quella scettica ove non apertamente critica.
Ma Motta è andato dritto per la sua via, un passo dopo l’altro su quella fune, in equilibrio su una scaletta che ha inanellato uno via l’altro i brani più noti dei primi due album affiancati dai migliori momenti del terzo “Semplice”.
Sul palco sei sono i musicisti compreso Francesco, il consueto setup integrato da un violoncello costantemente all’opera a volte affiancato da un secondo suonato dal bassista Francesco Chimenti. La band è ottimamente rodata e l’interplay anche visivo tra i musicisti è a tratti contagioso, in particolare quando Motta si fa prendere dall’onda e si lascia andare proiettandosi da una parte all’altra del palco, inginocchiandosi quasi in una celebrazione laica di fronte a Cesare Petulicchio chitarrista di vaglia, picchiando come un fabbro sui tamburi memore dei suoi anni da batterista nei Criminal Jokers.
I brani di “Semplice” come da prassi fanno la parte del leone nella prima parte del set, alternando momenti molto convincenti, – la title track , il primo singolo “E poi finisco per amarti”, la efficace corsa wave di “Quello che non so di te”, l’opener del disco “A te” nonostante il suo richiamo a “All I want is you” degli U2 – ad altri in cui la formula canora propria e molto personale di Motta mostra un po’ la corda per il suo reiterarsi in modo a volte troppo simile a se stessa, in questo evocando nel sottoscritto il percorso di Carmen Consoli, anch’ella talmente particolare nell’approccio vocale da rimanerne a lungo andare in qualche modo schiava.
Si avverte il tentativo di smarcarsi a livello di scrittura da cliché consolidati, non sempre però il risultato riesce ad essere all’altezza delle migliori pagine del passato.
Quello che appare un po’ abbandonato negli ultimi due dischi è quella tensione elettrica che innervava parecchie delle pagine del primo album. Tensione che dal vivo emerge in modo potente man mano che il set procede in “Sei bella davvero”, “Del tempo che passa la felicità” e soprattutto nella travolgente “Roma stasera” con Appino dei Zen Circus ad aggiungersi alla band per una cavalcata il cui crescendo parossistico porta l’esibizione al suo zenit.
Il suggello del concerto è servito dall’intensa “Quando guardiamo una rosa” con la sua coda elettronico dissonante e la tesa resa di “Abbiamo vinto un’altra guerra”

Ci taglieranno le mani
Ci faranno a pezzetti
Con il coltello fra i denti
Li guarderemo negli occhi

Ci spareranno le gambe
Per non farci pensare
Poi strisceremo di notte
Per non farci vedere”

Motta ha acquisito una sicurezza sul palco che va a braccetto con un palese entusiasmo che non esita a manifestare nel suo continuo rapportarsi con chi lo accompagna e con il pubblico creando un’empatia immediata con lo stesso, in un buon equilibrio che innerva il momento del concerto di quella (s)carica elettrica che un po’ si perde nelle ultime due prove su disco.
Semplice” non risolve né in un senso nell’altro la dicotomia tra i due volti di Motta che continua a camminare con coraggio sul filo del rasoio in un equilibrio instabile verso la prossima tappa, ma dal vivo la prova è senza dubbio convintamente superata.

Ettore Craca

"Nel suono, nella pagina, nel viaggio, nell'amore io sono. In ogni altro luogo e tempo non sono".