Ottant’anni di Bob Dylan dalla A alla Z

A Hard Rain’s a Gonna Fall
Dylan allo stato puro. Biblica, premonitrice, poetica. Contenuta nel suo secondo album, “Freewheelin’ Bob Dylan”, un talento che arriva prima tutti i suoi contemporanei e pone le basi della sua rivoluzione. Lupi selvaggi, un figlio dagli occhi blu, una scala bianca, il fragore di un’onda e, sì, quella pioggia che sta per cadere. Lo strumento attraverso il quale il profeta farà esplodere le fondamenta del tempio della musica. Forse è per questo che Patti Smith la suonò, commuovendosi, davanti all’Accademia di Svezia durante la cerimonia per la consegna del Premio Nobel.

Blonde On Blonde
Blowin’ in the Wind, Band, Basement Tapes, Bootleg Series tutti avrebbero meritato il posto, ma il doppio album con il quale passò alla storia, nel 1966, mostra la sua esplosiva fertilità creativa entrando indisturbato nella nostra memoria completando la trilogia elettrica con “Bringing It All Back Home” e “Highway 61 Revisited”. Non è facile scegliere nella sua sterminate discografia, ma se esiste un disco che innesca tutto è proprio “Blonde On Blonde”. Un simbolo, un percorso da seguire, un vero e proprio punto di riferimento per le future generazioni.

Chronicles
È difficile uscire da quella sorta di ipnosi che provocano i testi di Dylan, ma se sopravviverete, leggete le sue memorie che narrano i primi anni di lotta, quando era ancora alla ricerca della pietra filosofale della sua arte. Apre cuore e memoria a tutti i fedeli con tono essenziale e accessibile.
“Io a quell’epoca suonavo canzoni folk spigolose e taglienti, con contorno di fuoco e zolfo. Non c’era bisogno di ricerche di mercato per capire che non avevano niente a che fare con la programmazione delle radio e che non si prestavano a nessun discorso commerciale, ma John (Hammond) mi aveva detto che lui a queste cose non badava, e capiva benissimo le implicazioni di quello che facevo io”.

Don’t Look Back
Documentario girato con gusto vérité dall’americano D. A. Pennebaker durante la tournée britannica del 1965. Avevamo scoperto un anarchico, uno scontroso bisbetico che non voleva uscire dalla sua testa? No, solo un ragazzo con il sangue del genio nelle vene che voleva essere lasciato solo.

Ed Sullivan Show
Dylan non è mai stato un cantante di protesta. O almeno non sempre. Certo, visse quel periodo, specialmente con Joan Baez, ma in generale le sue espressioni di contestazione erano più mirate a rivendicare il diritto di scrivere e cantare qualsiasi cosa desiderasse piuttosto che alimentare rivoluzioni verbali. È il caso di “Talkin’ John Birch Paranoid Blues”, una canzone satirica che parodiava l’ossessione del maccartismo dei “tempi che stavano cambiando” e che fu vietata all’Ed Sullivan Show nel maggio del 1963. Non apparire nello show che lanciò Elvis e i Beatles fu un prezzo da pagare.

Freewheelin’ Bob Dylan
L’immortale copertina che ha fatto da sfondo alla storia con Suze Rotolo. Lo sguardo, la complicità e l’apparente noncuranza di entrambi riuscirono a sciogliere la neve che ricopriva il suolo di New York. Tempi convulsi nei quali non avrebbe avuto senso “sedersi e chiedersi il perché”.

Greenwich Village
Ci sono alcuni luoghi che varrebbe la pena esplorare quanto foreste. Come il Greenwich Village. Dylan arrivò a New York nel 1961 seguendo le orme di un Woody Guthrie ormai malato e ricoverato, da tempo, al Greystone Park. Girava per il Village con un repertorio che includeva canzoni di Fred Neil e Odetta. A quel tempo il Greenwich era un territorio inospitale, una fonte primordiale dove convergevano tutti gli aspiranti folksinger del paese.

Highway 61 Revisited
La nuova autostrada, decisamente poco acustica con Mike Bloomfield e Al Kooper al seguito.
Una prodezza che ha momenti che non si ripeteranno mai più.
Un Einstein travestito da Robin Hood.

I’m Not There
Bob Dylan e il cinema. Lo abbiamo visto nel già citato “Don’t Look Back”, agli ordini di Sam Peckinpah in “Pat Garrett & Billy the Kid”, è stato un pioniere del video musicale, con tanto di cartelli e Allen Ginsberg sullo sfondo, in “Subterranean Homesick Blues” e Martin Scorsese lo ha immortalato sia nel documentario sulla Rolling Thunder Revue che in “The Last Waltz”. In “I’m not There”, Todd Haynes ricrea alcuni momenti della sua vita con una camaleontica Cate Blanchett credibile come Bob anche nei suoi gesti più insignificanti.

John Hammond
In qualsiasi biografia musicale degli anni sessanta e settanta incapperete, lui c’è, e niente sarebbe stato lo stesso senza questo produttore che aveva il fiuto per individuare un talento guardandolo semplicemente camminare. Basta chiedere a Billie Holiday, Aretha Franklin, Pete Seeger, Leonard Cohen o Bruce Springsteen. Nel 1961 portò Dylan alla Columbia Records.

Knockin’ on Heaven’s Door
Una delle più belle colonne sonore della storia. Un tema che ha donato a “Pat Garrett & Billy the Kid”, film del 1973 di Sam Penckinpah con James Coburn e Kris Kristofferson, malinconia e crepuscolarismo. Diffidate di ogni cover, tenete solo quella dell’uomo in nero. L’omaggio mozzafiato di un amico.

Love and Theft
Un esempio di maturità e di come fosse preparato a entrare nel XXI secolo. Registrato nel 2001, senza l’aiuto del poliedrico Daniel Lanois, ma con Dylan stesso ai comandi con lo pseudonimo di Jack Frost. Riafferma le sue radici nel rock e nel blues e completa una fantastica trilogia con “Time Out Mind” e “Modern Times”.

My Back Pages
Emergono molte voci dal suo mondo. Beh, questa canzone è una di quelle. In agguato su “Another Side of Bob Dylan”, il testo, nonostante l’evidente distacco degli album precedenti, continua a alimentare la profondità, nella sostanza e nella forma, che gli ha dato forza e identità con il suo pubblico. Disvelare la grande menzogna secondo la quale la vita sia solo bianca o nera. Per la storia, l’omaggio che Roger McGuinn (i Byrds furono i primi in questo senso), Tom Petty, George Harrison, Eric Clapton e Neil Young gli fecero in occasione del trentesimo anniversario della sua carriera.

Newport
Le testimonianze di coloro che hanno assistito al concerto del luglio 1965 asseriscono che fossero in pochi i “bugiardi” che lo fischiarono. Il fatto è che diede fuoco alla storia della musica popolare, aprendo le porte della tradizione americana nel rock. Da quel momento in poi niente fu più lo stesso. Né Dylan, né quelli che c’erano, né quelli che sarebbero nati dopo. Leggendario.

Nobel
Premio Nobel 2016 per la letteratura. Un premio meritato, il culmine di una carriera piena del sublime, canzoni e poesie che hanno sedotto generazioni. Accettò il premio e mandò Patti Smith a ritirarlo. Il suo excursus di ventisette minuti nel quale citava musicisti e libri che lo avevano ispirato, da Omero a Herman Melville, da William Shakespeare a Erich Maria Remarque, silenziò ogni mala bocca. E le taciterà per sempre.
“Le canzoni sono vive nella terra dei vivi. Ma le canzoni non sono letteratura. Devono essere cantate non lette. Le parole delle commedie di Shakespeare devono essere recitate sul palco. Proprio come le parole delle canzoni devono essere cantate, non lette sulla pagina”.

Oh Mercy
Durante gli anni ottanta soffrì diversi alti e bassi, sia personali che artistici. Lontano era l’incidente motociclistico del 1966 che lo confinò in uno dei ritiri più fertili della storia della creazione musicale. L’album “Oh Mercy” e i Traveling Wilburys (con George Harrison, Tom Petty, Jeff Lynne e il grande Roy Orbison) lo salvarono dal crollo. Prodotto da Daniel Lanois, la Columbia pubblicò questo miracolo della fenice nel 1989. Uno dei migliori di un decennio irregolare.

Papa Giovanni Paolo II
Dylan è abituato a riempire gli stadi, ma il 27 settembre 1997 si esibì in Piazza Maggiore a Bologna, davanti a quattrocentomila persone, tra le quali Papa Giovanni Paolo II. Il concerto segnò la fine del Congresso Eucaristico e s’inserì negli eventi del preludio all’Anno Santo.
Suonò tre canzoni: “Forever Young”, “Knockin’ on Heaven’s Door” e “A Hard Rain’s a Gonna Fall”.
Giovanni Paolo II, riferendosi a “Blowin’ in the Wind”, disse che la risposta si trovasse davvero nel vento, non nel vento che soffiava via le cose, piuttosto nel vento dello spirito che conduceva a Cristo.
Dopo aver cantato, si tolse il suo enorme cappello da cowboy color beige, salì sull’altare e salutò il Papa.

Queen Jane Approximately
Torniamo a “Highway 61 Revisited” per questa canzone che rappresenta quel tono epistolare così presente nei suoi inizi. Come in “Like a Rolling Stone” Dylan lancia le sue metafore come frecce contro “Queen Jane”. Era il momento, “When all the clowns that you have commissioned/Have died in battle or in vain/And you’re sick of all this repetition” e “When all of your advisers heave their plastic at your feet to convince you of your pain”. Nonostante le cortine fumogene, un giorno sapremo a chi fosse indirizzata. Joan Baez?

Rough and Rowdy Ways
A oggi il suo ultimo album. Se gli ottanta anni che celebriamo, in questa data, sono un numero tondo, dovremo aspettare la sua prossima uscita per continuare con il suo quarantesimo album in studio. È il disco che ha rallegrato il nostro terribile 2020. “False Prophet” è un cartello sulla Highway 61, vetta di un altro dei suoi innumerevoli percorsi e il John Fitzgerald Kennedy di “Murder Most Foul” è irraggiungibile.

Slow Train Coming
Una svolta radicale nelle sue convinzioni o forse il chilometro zero della sua religiosità. Nel 1979 scopriamo questo “lento treno in arrivo” verso una spiritualità latente nel suo subconscio fin dai primi testi. La sua ricerca instancabile, il cambiamento come moneta artistica e, perché no, una certa influenza del suo ambiente quotidiano, lo fecero immergere nelle acque del Giordano. La crisi si aggirava intorno a lui come un lupo affamato e forse afferrò il mantello della religione come un esorcismo radicale. Chi lo sa. È Dylan.

Tarantula
Nessuno conosce cosa sia nato prima, gli appunti che prendeva per le sue canzoni o questo testo in prosa del 1966 che sembra composto allo scoccare di una fase REM. Canzone chilometrica, monologo interiore o racconto psicotropo che sia, rappresenta una vera sfida per i dylaniati, per quanto la sua trascrizione richieda più attenzione di un geroglifico. E non c’è nessuna stele di Rosetta. Un esercizio letterario di enorme potenza per corrompere e rimare strofe e melodie.

Under the Red Sky
Negli anni novanta, Dylan, tra il suo allontanamento dal mondo discografico e il suo impegno con i Traveling Wilburys, ci consegnò questo album che divise profondamente la critica. Non è altro che uno specchio della sua ricerca, forse una transizione necessaria dopo diversi decenni nei quali aveva cambiato la pelle della musica contemporanea. Incorporava nel suo repertorio ninne nanne e canzoni per bambini, è possibile che si trovasse a metà di un nuovo cammino.

Visions of Johanna
Forse una delle sue canzoni più cinematografiche, dove racconta con spirito connotativo le rappresentazioni che attraversano il suo tragitto e le caccia come fossero farfalle. Questa aspirazione entomologica fa di Dylan il grande architetto della suggestione e della metafora. In una sola strofa è capace di far esplodere l’immaginazione in mille pezzi e di rendere ogni singolo frammento ugualmente prezioso e brillante. Una stazione country suona dolce musica, un uomo sereno accende la sua lanterna, un bacio d’addio, la nostalgia della strada, sono queste le visioni di Johanna. Tutto quello che ci manca.

Wight e Woodstock
Storico il suo rifiuto di esibirsi al festival di Woodstock, incazzato com’era con quelli che non lo lasciavano in pace nel sole della ribalta o nell’ombra del privato. Forse per ripicca, accettò, nel 1969, l’invito al Festival di Wight e si unì alla Band, agli Who e a Joe Cocker. Per quanto riguarda Woodstock, Dylan avrebbe recuperato il tempo perduto nell’edizione del 1994. Con quella “Knockin’ on Heaven’s Door” suonata al tramonto dopo un diluvio universale.

XX
Il suo secolo. Per tutto quello che è stato detto, per tutto quello che è stato scritto, per tutto quello che è stato cantato e raccontato, ha lasciato un’eredità capace di segnare col fuoco ogni generazione. I suoi sconvolgimenti sociali, i suoi piccoli e grandi conflitti sono passati in un modo o nell’altro attraverso la sua chitarra e la sua armonica.

You’re No Good
“You’re No Good” apre il suo album di debutto nel 1961. “Well, I don’t know why I loved you like I do”, fu il primo verso, il big bang dylaniano. Da allora in poi diede un nome a ogni sua creatura, aprendo il suo torrenziale epistolario: “You got the ways of a devil sleeping in a lion’s den”.
Un lungo viaggio fino al suo ottantesimo compleanno più sfuggente e inafferrabile che mai.

Zimmerman
Il secondo inizio. Il suo cognome lo lega a quella tradizione che ha fatto il giro del mondo. Dylan è quello che è solo grazie a questo. Alla diaspora dei suoi nonni originari dell’Ucraina, della Lituania e a ogni racconto ascoltato da bambino. Arrivò giovane a Minneapolis, ma la sua patria d’origine è sempre stata presente. Chiunque sia stato trafitto dal suo profondo sguardo celeste comprende il lungo esodo che il suo DNA ha vissuto fino a materializzarsi in uno dei lasciti più geniali e trascendenti che la cultura abbia mai donato.

“Mother of Muses sing for me
Sing of the mountains and the deep dark sea
Sing of the lakes and the nymphs in the forest
Sing your hearts out – all you women of the chorus
Sing of honor and fame and of glory be
Mother of Muses, sing for me”

Riccardo Magagna

"Credo in internet, diffido dello smartphone e della nuova destra, sono per la rivalutazione del romanticismo e dei baci appassionati e ho una grande paura dell'information overload"