Dash 7 – Wilco

È il destino delle canzoni. Si incollano a determinati momenti della nostra vicenda personale come francobolli e non le stacchi più di lì. Quel momento è quella canzone. Quella canzone è quel momento.  Inscindibili.
Certe canzoni sono più sfortunate di altre e il loro destino è appiccicarsi a momenti particolarmente bui, momenti che non hai piacere a ricordare, ma sono loro ad accompagnarti mentre attraversi l’ora oscura e sono loro a cullarti, confortarti, sorriderti o prenderti a sberle.
Da ventun giorni sono agli arresti domiciliari. È iniziato tutto l’ultimo giorno di gennaio, qualche linea di febbre, una rarità per quanto mi riguarda non soggetto come sono ad influenze stagionali. Già questo indizio è stato sufficiente a mettermi in preallarme. Un tampone antigenico il giorno dopo con la sua risposta di negatività mi tranquillizza relativamente. Il malessere fisico c’è, è innegabile.
Mia figlia si accompagna a me nel fine settimana, provvedo a mantenerla a distanza, non sicuro del responso ricevuto. La notizia della positività accertata di sua madre colpisce entrambi, lei piange ci mette un po’ a riprendersi il giorno dopo la riporto dalla mamma, saranno separate in casa nei giorni a venire.
Arriva lunedì e un molecolare si impone perché la febbre è ancora lì. Il referto è positivo, l’antigenico ha toppato, chissà quante volte accade.
Come è potuto succedere? Il distanziamento e l’uso di dispositivi protettivi è stato costante nei giorni precedenti nei soli ambienti, quelli lavorativi, dove ho frequentato altre persone. L’unico possibile canale di trasmissione è quello della mia ex moglie con cui condivido il luogo di lavoro, anche se non comprendo come sia potuto accadere: doppia mascherina lei, singola io, sempre.
L’isolamento fiduciario ha inizio: nessun contatto con nessuno per almeno dieci giorni. Il primo grande timore è il rischio di aver contagiato i miei genitori ottantenni con i quali ho condiviso parecchi momenti nei giorni immediatamente precedenti senza uso di mascherina.
Il loro primo tampone antigenico è negativo, così quello di mia figlia. Un sollievo relativo dato il precedente errore. Miracolosamente lo sarà anche il secondo una settimana dopo.
I primi giorni scorrono affrontando l’assalto progressivo del virus, i sintomi si presentano uno via l’altro, la febbre, i dolori muscolari, il gusto alterato e soprattutto la tosse che progressivamente prende possesso dei polmoni e di notte non manifesta pietà lasciandomi crollare soltanto al mattino, esausto.
Soffro di ipertensione, patologia che con il virus non ha un rapporto amichevole, per cui sto con la spalla aperta, l’ossigenazione per fortuna resta nei parametri anche nelle giornate più faticose, ma anche quando la febbre scompare il corpo resta segnato da una spossatezza immane, il fiato è corto, la voce divorata dalla tosse diventa una sorta di gracidio man mano che mi abituo a non usarla più.
Il tempo scorre diversamente quando sei costretto in un luogo da solo per giorni e giorni. Il relativo sollievo iniziale legato al riposo obbligato che sospende una vita spesa sempre sul filo del rasoio alla rincorsa di qualcosa svanisce a poco a poco. Le ore trascorrono lentissime ma alla fine della giornata ti sembra di non avere niente in mano, di non aver vissuto, di non avere nulla da ricordare.  L’isolamento si mangia pezzo per pezzo gli entusiasmi, le voglie, i desideri, i piaceri nascondendoli sotto una coltre di foschia mentale che si fa sempre più spessa. La concentrazione manca, i pensieri si incupiscono, non riesco a leggere, tanto meno a scrivere, cucinare non è un piacere dato che non lo è mangiare a causa del gusto alterato, cerco di lavorare a ritmi blandi dato che mi stanco facilmente, mi perdo nella vita televisiva raccontata nella serie Breaking Bad che diventa una compagna fissa di giorni e notti.
Anche la musica fatica a trovare la strada verso il cervello e il cuore. Passa e va senza lasciare traccia emozionale tangibile, come se mi rimbalzasse addosso e tornasse indietro. Una sensazione provata in pochissime altre occasioni precedenti.Wilco
Poi passati i primi dieci giorni e in procinto di doverne affrontare altrettanti qualcosa accade. Proprio quando la coltre ipnotica sembra troppo densa per essere spazzata via arriva un soffio improvviso a spalancare le finestre, a cambiare l’aria e restituire ossigeno all’encefalo. Dura soltanto tre minuti e ventinove secondi, arriva verso la fine del primo album dei Wilco “A.M.” e racconta l’emozione del volo in un vecchio aereo Dash 7 a turboelica. Un apparecchio rumoroso rispetto agli standard odierni a causa del suono delle eliche, tale probabilmente da rimbambire il viaggiatore e lasciarlo frastornato anche dopo l’atterraggio. Eppure è lì che Jeff Tweedy vorrebbe essere, immerso in quel suono, vicino al sole, nella piena coscienza che il frastuono di quei motori pur sovrastando gli annunci del comandante sarà in grado di riportare tutti a terra o meno prosaicamente “a baciare la terra”.

Because I’ve found the way those engines sound
Will make it kiss the ground
When you touch down
Dash 7 pointed down
The captain’s announcement
Doesn’t make a sound

Una chitarra acustica, una steel guitar, la voce di Tweedy, l’incredibile forza di pochi accordi che ti fanno decollare nell’atmosfera a chilometri da qui, sospeso in un vuoto che, in totale antitesi con quello che riempie questi giorni tutti uguali, si apre alla mente permettendole di prendere fiato, dandole tutto lo spazio che le manca, gonfiandola come una vela nel vento.
Riascolto “Dash 7” un’altra volta, poi un’altra, un’altra ancora in una sorta di training autogeno che mi riconcilia con l’emozione che la musica sa da sempre donarmi.
È il sasso che sfonda la lastra di vetro che per alcuni giorni mi ha separato dalla mia prima passione che da quel momento in poi ha ripreso a parlarmi forte e chiaro. Un sasso prezioso, un diamante verosimilmente.
Sono passati venti giorni. Oggi sono uscito per il terzo tampone di controllo, una settimana abbondante dopo il precedente.
Passeggio nella zona industriale intorno al centro tamponi. Il cielo è un muro grigio privo di spiragli, in giro non c’è un cane.
Cerco di impadronirmi di nuovo del mio corpo camminando.
Dopo mezz’ora ho il fiato corto e un leggero giramento di capo. Il percorso per liberarmi delle scorie dell’infezione è ancora impegnativo. Ci vorrà tempo ma rendo grazie per come le cose sono andate.
“Dash 7” me la porterò dentro, per sempre incollata come un francobollo al ricordo di questi giorni solitari e fragili, in memoria di un bisogno di decollare diventato reale grazie a poche note giunte a soccorrermi quando più ne avevo bisogno, poche note capaci di donarmi le ali.

Dash 7 in the air,
Dropped to the sun alone
Jets hum
I wish that I was still there
Props not a jet, alone
Where the sun doesn’t come down

Ettore Craca

Ettore Craca

"Nel suono, nella pagina, nel viaggio, nell'amore io sono. In ogni altro luogo e tempo non sono".