L’atto definitivo di Moltheni, ci lascia “Senza Eredità”.

Eclissarsi, ritirarsi nell’ombra, appartarsi da un mondo a cui hai donato molto e che molto ti ha riportato, non è quasi mai indice del caso o di un’amnesia improvvisa e tranciante. Spesso è una scelta cosciente, e ancor più spesso il sintomo di un ragionamento durato anni. Ma se per alcuni questa chiara espressione programmatica assume le sembianze di una porta chiusa a doppia mandata, per altri invece rimane pur sempre una minima fessura di luce, a metà tra il non detto e il presunto.
Ed è proprio da quella crepa che – per dirla alla Cohen – può capitar di veder rilucere uno scintillante muro sonoro, tavola scritta a note e parole, simile ad un testamento. Quasi un’eredità, laddove il lascito è però materia eterea. Dev’essere forse successo questo ad Umberto Maria Giardini, declinato però nella sua identità di Moltheni, con la quale risultava ormai assente dai calendari musicali annuncianti nuova musica ormai da ben dodici anni.
Dodici anni che di certo non lo hanno visto assentarsi con la sua identità anagrafica al proprio pubblico, ma che comunque hanno fatto dedurre ai più – e invero anche a me con loro – che non lo avremmo mai più rivisto sotto quel nome con il quale aveva regalato a tutti noi già cinque studio album originali (più un EP e una raccolta) di carezze melodiche.
E se pertanto l’annuncio del suo settimo e – adesso sì – conclamato ultimo album – “Senza eredità” –  era giunto piuttosto inatteso, non altrettanto si può dire per quello che ci si aspettava che contenesse. Lo stile rimane quello che ha contribuito a costruire e rendere affascinante negli anni il viso senza volto di Moltheni, fatto di una musicalità sempre un po’ transeunte da musica leggera a rock alternativo, amalgamata a dovere dal suo deciso tratto cantautorale.
Per questo se vi aspettate di sentire sonorità decisamente diverse da quelle apprezzate nei circa dieci anni che separano “Natura in Replay” da “I segreti del corallo” ebbene – al netto di alcune note di psichedelìa che nel nuovo lavoro sono assolutamente assenti laddove in precedenza facevano una comunque sparuta comparsa – per fortuna vi sbagliavate. E d’altra parte, non ci si poteva pretendere un repentino cambio di rotta, di sonorità e di cura dei testi e degli arrangiamenti in un lavoro che arriva a porre un punto categorico ad una parte di carriera e di produzione che andava probabilmente messa in forziere.
Anche se a ben vedere, una risposta chiara e univoca sul perché sia effettivamente ritornato a distanza di così tanti anni Giardini\Moltheni non l’ha ancora resa nota, io credo che la motivazione sia da ritrovare in questo: un’esigenza forte, forse anche compulsiva e catartica, di andare a chiudere una porta rimasta davvero solo accostata. E a suffragio di questa teoria – che per quanto possa essere personale e aleatoria così inverosimile non appare – troviamo pietre preziose ma mai grezze recuperate da tutto il materiale raccolto dall’autore in questi dodici d’attesa, inediti magari rimasti ai margini dei cinque album precedenti ma che, in un’ottica di commiato hanno tutti una propria ragion d’essere e d’esserci.
Come lo ha di certo “La mia libertà”, brano introduttivo del lavoro e unico pezzo scritto di recente e appositamente per il nuovo album, in modo da “creare una sorte di filo conduttore tra il materiale recuperato del periodo Moltheni, e me stesso oggi se fossi ancora Moltheni”, come lo stesso Giardini tiene a precisare.
E se la classica eccezione che conferma la regola, in realtà, prelude a un altrove differito in termini di spazio e tempo, ma non di sentimento – visto che appositamente allocato “per unire emozioni ciclicamente lontane, in modo che potessero abbracciarsi in una simbiosi tra quello che ero e quello che sono ora” – tocca di certo sottolineare la sincopata “esplosione di emozioni” che se ne percepisce, gridato riferimento alla “nostra libertà sempre più apparente, anche rispetto a soli pochi decenni fa” in un continuo intimo anche con la sua “risaputa natura anarchica slegata dal classico concetto di anarchia”.
Di lì in poi, è tutto un ritorno ai brani stesi su un tappeto di soffusa malinconia di quello che potremmo anche chiamare ‘un presente passato’, già sulle note del brano “Ieri”, appositamente sistemate su di “un tempo valzerato”, in modo che l’anima di chi ascolta ritorni a passi di danza in un passato poi non così difforme dall’oggi, tra “lo sciocco” che “ride e intanto \ il ricco compra \ cavalca l’onda per stare in piedi”.
Oppure, andando ancora più indietro nel tempo, a ripensare alla “Estate 1983” dove si vagheggia della prima vera cotta e di un mondo in cui si sentiva pienamente le “dolcezze e dei momenti ingenui vissuti in quegli anni, fatti di cose semplici ed emozioni che scaturivano da cose altrettanto semplici”: un brano nel quale Moltheni ha voluto accanto a sé Carmelo Pipitone (ex Marta sui tubi) e le sue corde, che accorre accompagnato da un casuale (ma non troppo) Riccardo Tesio (colonna dei Marlene Kuntz), il cui “tappeto noise assolutamente straordinario e perfetto” chiude il brano, sull’immagine perfetta di un tempo “ignorato” mentre si è impegnati con la mente ad “asciugare i piedi al vento” e a tornare un po’ giovani.
Da lì in poi è tutto un perdersi e ritrovarsi, tra le note che abbracciano senza invadere, e le parole pacate e satinate, quasi come a ricercar rime sopite e disperse nel tempo e nelle memorie di questi anni. E così, con “Tutte quelle cose che non ho fatto in tempo a dirti”, pare più che giusto anche concludere un’avventura, questa passeggiata finale nei ricordi che – come la musica scritta negli anni di questa porta dischiusa sul mondo che ci ha offerto negli anni – pur se forse “meritavamo di più’ \ vittime di una follia \ che abitava abusiva in un appartamento \ nella mente mia”. O forse ci meritavamo proprio un album di musica ‘nobile’, che pettina cuore e anima, scritta con la cura doviziosa di un autore che lascia una eredità senza eredi. O, piuttosto, per chiunque la possa – a buon diritto di orecchie e cuore – reclamar per sempre sua.

 

Stefano Carsen

Stefano Carsen

"Sentimentalmente legato al rock, nasco musicalmente e morirò solo dopo parecchi "encore". Dal prog rock all'alternative via grunge, ogni sfumatura è la mia".