Nico: 50 anni da “Desertshore”

Nel 1970 Christa Päffgen, in arte Nico, non era più la musa di Andy Warhol. Non era più la “femme fatale” dei Velvet Underground. Non era più la modella annoiata che interpreta se stessa ne “La dolce vita” di Fellini mentre, come un moderno Virgilio, accompagna Mastroianni nel girone dantesco della lussuria. Nel 1970 Nico non voleva più essere bionda, non voleva più essere bella. Dopo aver fatto cadere ai suoi piedi qualsiasi rockstar della sua generazione ed aver avuto un figlio con Alain Delon (mai riconosciuto da quest’ultimo) Nico voleva solo essere se stessa. Si tinge i capelli di nero corvino, si consacra all’eroina e a mille altre perversioni e diventa la sacerdotessa della morte. Non poteva essere diversamente, con quella voce così solenne e algida, di una profondità devastante, pregna di tutto il suo dolorosissimo vissuto, di quel durissimo accento tedesco, rigido e inflessibile come la sua anima triste. La voce più emozionante e toccante che abbia mai attraversato questa sterminata valle desolata chiamata terra. Accompagnata dal violino e dalla produzione del fido John Cale, Nico e il suo harmonium in queste 8 tracce ci trascinano nell’Ade, attraversando il deserto arido di un cuore senza più lacrime, grondante di un sangue di endemiche ferite che non hanno più possibilità di cicatrizzarsi, un viaggio senza più possibilità di ritorno.
Viole e violini si intrecciano in un lirico tappeto, come in una liturgia delle tenebre, pronte a preparare la scena per la glaciale regina dell’oltremondo Christa, nella prima traccia “Janitor of Lunacy”, pronta a “paralizzare la mia infanzia” e “pietrificare la culla vuota”. “The Falconer” inizia con spaventosi passi in lontananza ad anticipare un desolante pianoforte che riecheggia in un mondo vuoto, che non riesce ad ascoltarlo. Lo stesso pianoforte che prova dopo 2 minuti e 46 secondi in lacrime a lasciarsi dietro per un attimo la disperazione. La voce di Nico per una strofa sembra addolcirsi, cercando di seguire le celestiali note, ma dopo neanche 80 secondi l’illusione svanisce e “tutti gli amabili volti”, “tutte le amabili tracce d’argento (sono) cancellate”, le pagine tornano a essere vuote. Il breve barlume di speranza scompare, scompare per sempre. Nella terza traccia “My only child”, Nico canta a cappella del suo figlio perduto Ari, perduto perché in custodia dai genitori di Alain Delon che, contrariamente a lui, lo hanno sempre riconosciuto (la somiglianza con il divo francese è impressionante). Parla di volti freddi la sacerdotessa, di corpi vicini al congelamento. In “Le petit chevalier” sarà proprio Ari a cantare, in un clima raggelante: un bambino abbandonato dal cielo, per una madre abbandonata al suo destino. Dopo aver imboccato la lingua madre del tedesco in “Abschield” arriva la dolce rassegnazione di “Afraid”, probabilmente il pezzo più canonico degli 8, se così possiamo dire. Di sicuro non è canonica la sua straziante emotività, la sua profonda bellezza, la sua insuperabile malinconia. “Mutterlein” la settima traccia sarà suonata al suo funerale, nel 1988. Nico morì d’estate ad Ibiza, cadendo dalla bicicletta. Gli ultimi anni della sua vita sono raccontati splendidamente nel film italiano del 2017: “Nico, 1988”. “Desertshore” si congeda con “All that is my own”. Nel film appena citato si vede Nico che per gran parte del suo tempo libero gira per le città in cui si svolgono i suoi tour registrando suoni con un elaborato registratore, alla ricerca del suono perfetto, che si potesse anche solo avvicinare all’unico suono perfetto che lei abbia sentito in vita sua, derivato dai bombardamenti che aveva udito da bambina durante la seconda guerra mondiale. Probabilmente morì pensando di non esserci mai riuscita. Dopo “Desertshore”, nella storia della musica, nulla fu più come prima. Questo approccio così profondamente gotico fu apri-pista per tanti generi diversi, impensabili prima della sua creazione. L’eredità artistica, umana e culturale di quest’opera e di tutta la discografia di Nico è incalcolabile. La grandezza spirituale della sacerdotessa della morte non terminerà mai di ispirare tutti noi. Per essere un profondo percorso di scoperta di noi stessi. Alla inesauribile ricerca di verità. Alla inesauribile ricerca di amore. Alla inesauribile voglia di essere amati.

Andrea Castelli

“All I want in life is a little bit of love to take the pain away, getting strong today, a giant step each day” (“Ladies and Gentlemen we’re floating in space” - Spiritualized)