John Cipollina, i Quicksilver e io. L’intervista impossibile. Pt. 3/3

L’inglese
Come detto, uscito dalla prigione di Folsom, Dino Valenti aveva registrato un album da solista per la Epic. Ciononostante, viveva sempre nella zona tra Sausalito e Mill Valley, cosicché spesso si vedeva con il gruppo, in particolare con Gary Duncan.
“Già si frequentavano, erano compatibili e avevano le stesse basi musicali”.
Elmore, Freiberg e Cipollina tentarono di continuare, ma trovarono troppo impegnativo suonare dal vivo come trio.
“Per un po’ ci siamo cercati un altro membro, poi abbiamo scoperto che Nicky Hopkins era in città. Era il suo pianoforte quello che suonava in Beggars Banquet. Ci aveva fatto impazzire e volevo incontrarlo e vedere com’era fatto un musicista inglese di successo, così la signora Freiberg ci presentò”.
Julia Brigden, meglio conosciuta come Girl Freiberg, era l’epicentro di tutta la scena della Bay Area. Bella come il sole, una Madonna raffaellita. Era già stata la musa ispiratrice di Girl From Mill Valley di Hopkins e, tra l’altro, di Quicksilver Girl di Steve Miller.
“Beh, lascia perdere Girl Freiberg, Nicky fu il vero flash per me, lo invitai a casa mia e vide la mia collezione di armi. Decisi di inserirlo gradualmente nel gruppo”.
Il contributo iniziale fu su Joseph’s Coat, il primo brano scritto per il loro terzo album, Shady Grove.
“Gli chiesi di ascoltarlo per vedere se poteva aggiungere una parte di pianoforte. Gli bastò sentirla una volta, prese qualche appunto su un pezzo di carta e poi andò dritto al piano, e la suonò davanti a me. Fu sorprendente. Così si unì al gruppo e fu una rinascita. Nicky era un genio”.
L’album, per quanto buono, fu un anticlimax dopo la magnificenza del suo predecessore. Lo registrarono in soli sei giorni, ma impiegarono più di quattro mesi per mixarlo.
“Ogni sera andavamo in studio e facevamo solo dei festini. Ci sono storie leggendarie sui party del mixaggio di Shady Grove”.
Hopkins giocava un ruolo cruciale anche sulle altre otto canzoni, il suo modo di suonare, così ispirato, era in grado di dare vita anche al materiale più debole. Non è Happy Trails, ma è tutto così piacevole e accattivante. A partire dalla copertina dell’album. Quel verde sembra un velluto.
Too Far di Freiberg, suona come un brano dei Mott The Hoople più introspettivi. Holy Moly è ancora meglio, un turbinoso inno R&B pieno di melodia, clavicembalo e Dio solo sa cos’altro. A un certo punto la canzone accelera, le chitarre diventano frenetiche e inizia un meraviglioso rave nella migliore tradizione delle band blues-rock britanniche. La title track parte con una intro classica e poi incorpora, ancora una volta, il beat di Bo Diddley stranamente arrangiato, dove il cantato sembra quello di un Eric Burdon particolarmente eccitato. Cipollina troneggia nel blues di 3 Or 4 Feet From Home e, la già citata Joseph’s Coat ha una strana influenza medievale, con voci cupe e riff accattivanti. In altre parole, la creatività abbonda. E poi c’è la jam strumentale di Edward (The Mad Shirt Grinder) che chiude il disco. È la migliore, più compiuta, emotiva, tecnicamente impeccabile e luminosa composizione strumentale che sia mai uscita dall’intero movimento rock californiano degli anni Sessanta. L’interazione tra il pianoforte di Hopkins, la chitarra di Cipollina, quei piccoli e complicati arrangiamenti che si sentono in sottofondo, se si è attenti, è semplicemente stupefacente.
Rolling Stone approvò il nuovo sound. “Il nuovo Quicksilver è immediato, strumentalmente lampeggiante e frenetico. I Quicksilver con Nicky Hopkins hanno cambiato pelle”, scrisse Gary Von Tersch.
“Con Nicky avevamo un suono pieno, ma non avevamo il cantante. Chi ti torna in città se non Dino e Gary? Avevano ascoltato il nostro disco. Eppure tutti pensavano che ci odiassimo”.
Alla fine dell’anno, mentre si preparavano a suonare per Bill Graham il loro tradizionale concerto di Capodanno al Winterland con i Grateful Dead, ritrovarono Dino e Gary.
“Vengono da me e mi dicono: ‘Siamo vecchi amici’, poi si inchinano e cominciano a raschiarmi il fango dagli stivali. ‘Perché non fai suonare anche noi? In memoria dei vecchi tempi!’. Io sono un burbero, ma le lacrime mi scorrevano negli occhi e, ancora un po’, mi scendevano lungo le guance come la grondaia dell’acqua piovana. Ma dissi: ‘levatevi dalle palle! Non vedete che ho da fare?’. E mi mossi a stringere una voluttuosa ninfetta nuda, tranne che per un paio di diafane mutandine di jeans, che mi tirava per la manica della giacca. ‘Per favore John’ mi supplicava Dino, ‘Stiamo morendo di fame. Ho imparato altri quattro accordi e prometto di non cantare più canzoni sugli unicorni e su tutte quelle cose che mi rimbombano nella mente’”.
Mentre i rintocchi della mezzanotte e le note del Valzer delle candele si attenuavano, salirono sul palco come sestetto, Elmore, Freiberg, Cipollina, Hopkins, Duncan e Valenti, e la reazione del pubblico fu estatica.
“Ha messo tutti al tappeto, noi compresi, tanto che abbiamo deciso di restare insieme, e siamo andati in tour. Non ho niente di negativo da dire su Dino. È un grande cantautore, un tipo forte, un duro. Dopotutto, l’avevamo scelto noi. E anche se ero il leader della band prima di lui, ero un leader troppo permissivo. Avevamo davvero bisogno di Dino Valenti”.
I Quicksilver andarono a New York e in tutta la East Coast, giù fino in Texas e di nuovo in California e di nuovo a New York, dove finirono in cima al cartellone del famoso concerto del 3 e 4 aprile del 1970 al Fillmore East con Van Morrison e un altro gruppo britannico di belle speranze che in patria si erano fatti chiamare Kippington Lodge, i Brinsley Schwarz.
E infine atterrarono alle Hawaii.

Hawaii
“Non un cazzo di Magnum P.I. qualsiasi, amavamo così tanto le Hawaii che alla fine siamo rimasti e lì abbiamo inciso due album, anzi, uno e mezzo. Perché spendere cento dollari a San Francisco quando potevamo affittare un enorme fattoria nel bel mezzo di una piantagione di zucchero grande quindici miglia, a sette dalla strada principale? Le Hawaii sono diventate il nostro parco giochi e i Quicksilver sono diventati i suoi figli adottivi. Siamo cresciuti fino a sentirci parte di esse; nessuna storia da combattere, il sole senza limiti, l’odore della frutta tropicale, tutte quelle belle ragazze dalla pelle marrone, ma soprattutto la natura. Voglio spiegarmi bene, ti metti una maschera da sub, nuoti e vedi tutti quei pesci dall’aspetto così divertente che ti viene da ridere! Non so dirti quanto sia bello quel posto!”.
Avevano tutti una macchina decappottabile con tanto di telefono, andavano in spiaggia tutti i giorni e impazzivano. Ogni sera si riunivano per cenare.
“Il cibo era davvero fantastico. Lo chef era così bravo che lo abbiamo portato con noi da San Francisco”.
“Avevamo uno staff completo: camerieri, ingegneri, roadie, amici, lo chef con i suoi assistenti, tutto ciò di cui avevamo bisogno, compresi i falegnami che trasformarono un’enorme sala da pranzo in uno studio con la cabina regia e tutto il resto. Abbiamo persino portato il più grande pianoforte dell’isola, un bellissimo Baldwin che qualcuno diceva fosse appartenuto a Liberace, altri al presidente Truman. Non c’era l’elettricità, quindi usavamo dei generatori, ma quello studio era il più bello dell’universo, quando era illuminato dalle lampade a gas. L’unico studio in cui gli ingegneri del suono si allacciavano le fondine in vita e caricavano le pistole prima di sedersi alla console”.
Portarono le registrazioni del nuovo album Just For Love (agosto 1970) a Los Angeles e trascorsero un mese a mixare, ma quando uscì, i fan più accaniti ne rimasero in parte sconcertati, in parte delusi. Dino Valenti si era insinuato nel ruolo dominante. I suoi sentimentalismi vaganti e piagnucolanti andavano anche bene ma, francamente, The Hat sarebbe la noia incarnata senza le decorazioni acustiche di Gary Duncan e Gone Again, con Dino che frigna cose come “Feels so groovy, now” sarebbe un sonnifero senza gli accordi redentori di Hopkins. Restava, sicuramente, un disco ottimamente prodotto. Anche se il materiale era molto diverso da quello che la band aveva sempre suonato, il modo nel quale molti dei suoi brani erano arrangiati, il tono generale e l’atmosfera dell’intero album, erano positivi. Ogni membro della band sembra molto ben integrato, in particolare Gary Duncan suona potente ed emozionante. Il boogie che scivola via su Freeway Flyer fino ai toni ricchi e alle texture colorate di Fresh Air mandavano chiunque in quel paradiso lontano ogni volta che partiva la prima nota. Però qualcosa era successo, e i Quicksilver stavano per crollare irreparabilmente. Tutto si trasformava in minacce e in un vero e proprio perenne risentimento.Quicksilver Messenger Service
Dalle stesse session del maggio – giugno 1970 ricavarono anche What About Me (dicembre 1970).  La questione se i Quicksilver esistessero solo per veicolare il romanticismo errabondo di Dino Valenti è resa ancora una volta inevitabile. Delle dieci canzoni del disco ne scrive sette. Long Haired Lady e Call On Me si perdono nel tedio. Canta in quasi tutti i brani. L’ultima chitarra solista di John Cipollina, un tempo il marchio di fabbrica della band, arrivava solo in brevi e poco ispirati lampi come in Local Color. David Frieberg, in passato il cantante della band, si limitava a Won’t Kill Me, un country piuttosto goffo e streotipato. La latineggiante All In My Mind di Valenti e Spindrifter di Nicky Hopkins completano l’album. Avrebbero potuto continuare a proporre musica irritante e disomogenea come questa per sempre, ma considerando la ricchezza di talento al quale avevano attinto nel passato, il pubblico non accettò questo cambio di rotta.
“In un melodrammatico stile Fort Alamo, Dino ci raccolse tutti, prese un bastone e tracciò una linea nella polvere; Nicky Hopkins, il manager Ron Polte ed io la oltrepassammo. Adesso era la coda che scodinzolava il cane. È stata la fine di un’epoca”.
“Ho fatto un paio di uscite con loro, poi me ne sono andato per sempre. Abbiamo iniziato ad accusare delle divergenze. Ho scoperto che la differenza tra un gruppo di quattro e uno di sei elementi, è che avevo sempre meno da fare. La musica che stavamo facendo era più folk-oriented di quanto non fossi abituato, c’era sempre meno da suonare per me. Così me ne stavo seduto lì e…”.
John iniziò a suonare per altri. Sempre di più.
“Nicky mi spinse a lavorare come session man. Non era una cosa bella. Stare in una band era un po’ come essere sposati. E suonare con qualcun altro era come tradire la propria moglie. Un giorno, dopo aver registrato tutta la notte sul disco di Brewer and Shipley, arrivai alle prove. Sguardi freddi, volti stretti nelle spalle, un clima gelido. Alla fine Dino mi disse: ‘Allora hai suonato con Brewer e Shipley! Come cazzo hai potuto? Stanotte dormi sul divano!’”.
“Mi dicevano: ‘Beh, vuoi suonare in una band o vuoi fare il session man?’. Ho lasciato i Quicksilver Messenger Service il 5 ottobre del 1970 e, subito dopo, sono volato a casa. Anche se Nicky ed io ce ne andammo già verso la fine di maggio. Era stata la resa dei conti. Ma poi avevamo degli obblighi contrattuali, così finii per fare altri due tour, fino a ottobre. Ma io con quelle merde di Quicksilver e Comin’ Thru non c’entro nulla”.
Comin’ Thru (aprile 1972) è figlio di Dino Valenti e Gary Duncan. L’ album mostrava le influenze musicali del blues, del jazz e del folk. Non era il tipico montaggio canovaccio dei Quicksilver, zero jam, zero Frisco. Doing Time In the U.S.A. è una illegal song alla Allman Brothers Band con una sorta di ode ai Rolling Stones quando Valenti  recita “…I can’t get no, satisfaction…”: quanto suonava ironico ora che Nicky se n’era andato. Influenze jazz sono riconoscibili su Chicken, il lavoro al sax di Sonny Lewis e Pat O’Hara è ottimo, ma le uniche che si salvano sono Mojo e Changes con quella chitarra twang blues che arriva fino alla tromba, al basso e alla tastiera, in una forma di jam feeling. Comin’ Thru resta un lavoro minore, ma racchiude i due lati dello spettro dell’amore e dell’odio.
Quando John Cipollina se ne andò era solo l’ombra stanca del suo passato.
Dave Freiberg lasciò la band nel 1971 per unirsi a Paul Kantner e Grace Slick.
Valenti, Duncan e Elmore continuarono a recitare i Quicksilver per altri due album.

Electric guitarslinger
“Ho finito per fare il session man per circa quattro anni. C’era una rivista che mi definì come il più impegnato di San Francisco. Il che è, comunque, un po’ fuorviante perché San Francisco non è una città nella quale si registrino tanti dischi. Ma ero il più utilizzato; lavoravo praticamente tutti i giorni”.
Ma John mise insieme una nuova band, i Copperhead; reclutò, in vari momenti, Jim McPherson alle tastiere, Hutch Hutchinson al basso, Pete Sears al basso e alle tastiere, Gary Philippet alla chitarra, alle tastiere e alla voce, e Dave Weber alla batteria.
“Iniziai a cercare nuove direzioni, perché a quel tempo ero veramente esausto. All’inizio, verso la metà degli anni ‘60, stavamo tutti combattendo per la nostra identità, e lottammo così duramente da diventare uno stereotipo. Ho pensato, amico mio, se vedo un altro paio di Levi’s strappati sulle ginocchia o un’altra chitarra con l’adesivo STP, mi viene da vomitare. Ho cominciato a cercare qualcosa di nuovo”.
“I Copperhead erano una delle prime band punk. In effetti, il termine “punk rock” fu coniato in una delle prime recensioni che ricevemmo, alla fine del ‘70 o all’inizio del ‘71, non ricordo. Era stato un critico di San Francisco, Gleason, forse, che scrisse: ‘Non è proprio acid rock, e non è hard rock, è punk rock’. Pensai, è giusto, siamo noi. Avevamo un’attitudine cattiva, della quale ero molto orgoglioso”. Copperhead
Non si riuscì mai a capire quanto valessero i Copperhead. Il gruppo pubblicò un album su Columbia Records nel maggio 1973, lo stesso mese nel quale Clive Davis, il presidente dell’etichetta, fu licenziato per lo scandalo “drugola” (drug + payola), come lo definì il New York Times.
“Stavano ripulendo la scrivania di Davis e trovarono questo contratto per 1.350.000 dollari, e dissero: ‘Chi sono questi tizi? Copperhead?’, così annullarono tutto. Ne stamparono, per quanto ne so, 60.000 copie e fu solo per un caso. Poi smisero. E questo è tutto. Zero date, zero gig. Ho scoperto più tardi, parlando con alcuni promoter, che la Columbia li minacciò. Dissero: ‘Se ingaggiate i Copperhead, vi toglieremo ogni artista della Columbia’. Si erano assicurati che non lavorassimo più. Così nel 1974 siamo andati alla deriva; non avrebbe avuto senso continuare”.
I Copperhead avevano semplicemente firmato con l’etichetta sbagliata nel momento sbagliato.
I Quicksilver Messenger Service erano un gruppo rock psichedelico, i Copperhead erano, semplicemente, un gruppo più bluesy e più roots. Niente da buttare in quelle otto tracce. L’album è ferocemente rock, l’unica cosa negativa è che la produzione a volte era debole e che la voce di Gary Philippet non era all’altezza. Roller Derby Star è la storia di un grassone bifolco che crolla davanti alla sua TV e decide di lasciare tutto, famiglia, casa, per andare in California a diventare un campione di roller (“Don’t be a salad, ‘cause you know who you are/Ain’t no lover, you’re a roller derby star”). Kibitzer (un termine yiddish per indicare colui che osserva una partita a scacchi) è ancora un rock energetico sul beat di Bo Diddley e in Kamikaze, la storia di un aviatore giapponese che sta per sacrificarsi per il suo imperatore Hiro-Hito (“Tomorrow never come/After today, there won’t be one”), l’assolo di Cipollina trascrive le diverse emozioni del kamikaze, l’orgoglio di perire per il proprio paese e di colpire il nemico, la paura di morire, il dolore di non tornare a casa, l’emozione di conoscere una fine gloriosa. Tutto questo in poche sensazionali note di chitarra. Pawnshop Man è un hard-blues killer, con un assolo tossico che fa cadere l’ascoltatore in un cespuglio velenoso, Philippet fa il suo, il ritmo di Weber e Hutchinson è incessante. Il culmine dell’album, sette minuti e quaranta, They’re Making A Monster è una traccia scura, gotica, borderline, con un devastante Cipollina.
L’antitesi della fragilità degli ultimi Quicksilver.
“Eravamo una band ad alta energia. Dino voleva che Quicksilver suonassero “carini”, e quando gli ho fatto ascoltare i nastri dei Copperhead era completamente disgustato. Li odiava, pensava che fossero di cattivo gusto”.
Ma i Copperhead non erano l’unico progetto di Cipollina. Da poco, aveva incontrato Terry Dolan e aveva suonato nella sua band, Terry and the Pirates.
“La prima volta che ho incontrato Terry era il 1970. Stavo chiudendo il rapporto con i Quicksilver. Nicky ci aveva già lasciato e stava producendo questo tizio, Terry Dolan. Avevo appena abbandonato gli studi Pacific High Recording per le ultime sovraincisioni di What About Me. E mi sono trovato  nello studio di Wally Heider con Nicky e Terry. Stavo in giro a far casino con Jerry Garcia e Jorma Kaukonen. Sai, una di quelle cose che si fanno quando non hai voglia di tornare a casa. Erano circa le quattro del mattino. Ho ricevuto una telefonata da Nicky che diceva: ‘Ehi, vieni qui amico, sono ai Lone State Recorders. Sto registrando. Ci piacerebbe molto che ci mettessi giù un paio di assoli’. Così sono andato lì e ho incontrato Terry. E poi decisi di fare dei concerti con lui. Dopo i Copperhead, ho suonato spesso con Terry and the Pirates. E poi naturalmente ci fu quella roba con i Man”.
I Man erano una band gallese guidata da Micky Jones, Terry Williams e Deke Leonard, pesantemente influenzati da Cipollina.
“Arrivano a San Francisco e vogliono conoscermi. Così vado e li incontro. E questi: ‘Tu non sei John Cipollina! Non puoi essere lui. Quanto sei alto? E io: ‘Sono alto 1 metro e 79’. E loro: ‘Tutti sanno che Cipollina è alto almeno un metro e ottantacinque, un metro e novanta’. Io dissi: ‘Stronzate!’. E loro: ‘Abbiamo visto le foto dei Quicksilver. È un tipo alto e grosso’. E allora mostrai loro la mia patente”.
“Deke Leonard mi disse: ‘Beh, se sei Cipollina, ecco, suona qualcosa di simile a lui’. Così abbiamo fatto una jam e credo di aver superato l’esame”.
John suonò con la band al Winterland di San Francisco, e accettò di tornare con loro in Inghilterra. Apparve nel loro album Maximum Darkness, uscito nel 1975. Ma la liaison fu messa fuori gioco da una telefonata.
“Stavamo per andare in Spagna, quando ho ricevuto una chiamata dagli Stati Uniti che diceva: ‘Ehi, abbiamo rimesso insieme i Quicksilver’. Prima che partissi, qualcuno mi aveva chiesto se avrei mai più suonato con i Quicksilver; io ero stato molto esplicito. Ho risposto: ‘Sì, ma solo se si tratta dei musicisti originali e tutti sono d’accordo’. Così sono tornato indietro e ho partecipato alla reunion di Solid Silver e a due tour coast to coast con la band”.
L’album, che uscì nell’autunno del 1975, vendette moderatamente, raggiungendo il numero 89, ma la reunion si dimostrò un successo passeggero.
Dopo aver lavorato di nuovo con Dolan, John passò a un nuovo progetto.
“Ero stato invitato a una festa di pezzi grossi di Los Angeles e, quella sera, avevo tirato giù qualsiasi cosa. Qualcuno mi disse: ‘Scrivi canzoni?’. ‘Oh, sì, scrivo, certo, puoi scommetterci il culo!’. ‘Beh, hai del nuovo materiale?’. ‘Puoi scommetterci anche quello di tua madre! Appena sputate, amico, come una gomma da masticare!’”.
All’inizio del 1976 mise insieme i Raven e ci finì in tour. Fecero solo quattro concerti.
Anche se registrato nel 1976, l’album dei Raven non uscì prima del 1980 per l’etichetta tedesca Line Records. Cipollina vendette i diritti del disco alla Line Records durante uno dei tanti tour in Germania che intraprese con Nick Gravenites. Ci suonavano Greg Douglass alla chitarra, Nicky Hopkins al pianoforte, Jasper ‘Hutch’ Hutchinson alla voce, Skip Olson al basso e David Weber alla batteria. Il sound era simile a quello dei Jefferson Starship, ma senza la voce degli Starship, su tutto la chitarra pungente di John e il piano di Hopkins. L’ennesimo esempio di una rock band di talento che avrebbe avuto le potenzialità per una carriera di successo, ma non le sfruttò. Ma negli anni ‘70 era così: si prendeva e si lasciava.
John continuò a lavorare per decine di band per tutti gli anni ‘80. I Thunder and Lightning e i Problem Child, con i quali suonava spesso nel circuito dei club della Bay Area; non registrarono mai nulla, ma altre, come i Ghosts, la band post-Grateful Dead guidata da Keith e Donna Godchaux, fecero dischi. I Ghosts si trasformarono in Heart of Gold dopo la morte di Keith Godchaux e, alla fine, in Zero, e pubblicarono un album su Relix Records nel 1987. Un’altra importante collaborazione furono i Dinosaurs, una band composta da ex membri di varie band di San Francisco, tra cui l’ex Country Joe and the Fish Barry Melton, Peter Albin dei Big Brother and the Holding Company, Spencer Dryden dei Jefferson Airplane, Robert Hunter dei Grateful Dead e Merl Saunders della Saunders-Garcia Band che nel 1988 pubblicarono anch’essi un album su Relix.
“Sono stato in molte band. Attualmente sono dentro e fuori sei band. Voglio dire, domani suonerò con gli Zero. E poi, in una band chiamata Fish Stu, che siamo io e Barry Melton e il bassista dei Thunder and Lightning; e mi dimentico sempre chi è il batterista. Credo sia Spencer Dryden. E poi c’è questo tastierista, Stu Blank o Stu Cook, non ricordo”.
Nonostante questa attività, John stava sempre peggio. Nel 1988 rimase in coma per tre mesi a causa dei continui problemi respiratori. Quando viaggiava, si diceva che in aeroporto usasse la carrozzina perché non poteva camminare a lungo. Gli steroidi prescritti dai medici gli indebolirono le ossa dell’anca, costringendolo a girare con le stampelle e, qualche volta, sul palco rimaneva seduto. Naturalmente, esibirsi in club pieni di fumo faceva male alla sua salute, ma si rifiutava di smettere. Nella primavera del 1989 era in tour in Grecia con Gravenites. Lunedì 29 maggio fu portato di corsa al Marin General Hospital dopo un episodio acuto d’asma. Morì durante la notte.
John Cipollina è stato cremato e le sue ceneri sono state sparse sulla collina di Tamalpais a San Francisco il primo giugno. Il giorno dopo avrebbe dovuto suonare con i Thunder and Lightning al Chi Chi Chi Club e, il 2 giugno, Gravenites e la sua band gli Animal Mind, insieme a Mario Cipollina e Greg Elmore, si esibirono nello spettacolo commemorativo.
“Sai, sto ancora pensando nello stesso modo di quando avevo diciassette anni, cosa che probabilmente sarà la mia morte. Ma sto invecchiando e mi comporto ancora come un diciassettenne. Sono felice. Mi piace molto quello che faccio. Altrimenti farei qualcos’altro e resterei a casa a mangiarmi la mia mela grattugiata”.
Quella sera al Trident, il fumo delle sigarette si addensava al calore di luglio, formando nuvole che salivano fino ai ventilatori a pale sul soffitto. La musica animava le nostre conversazioni, le candele sui tavoli facevano brillare i colori vistosi che lambivano le palpebre di alcune ragazze. John scese dal palco tra gli applausi e le grida, e andò a sedersi su uno sgabello davanti al bancone del bar. Bevve un whisky e Coca di fronte a una cameriera ammirata, una ragazza di vent’anni, con i capelli castani e il toupet cotonato come un’onda da surf.
“Scendiamo un attimo?” le domandò, dopo essersi scolato il cocktail fino all’ultimo sorso.
La cameriera chiamò un ragazzo con una maglietta nera aderente che serviva ai tavoli e gli chiese di sostituirla al bar. Scesero le scale a cui si accedeva da una porta ricoperta di graffiti vicino ai bagni. Un mondo sotterraneo che rinfrescò la pelle a entrambi. Prima di sparire per sempre mi guardò negli occhi e mi disse: “Ricordati di scriverlo. Tutto”.
Fu l’ultima volta che lo vidi.
Nessuno avrebbe potuto suonare la chitarra come John Cipollina.
Nessuno lo farà mai più.

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Riccardo Magagna

Riccardo Magagna

"Credo in internet, diffido dello smartphone e della nuova destra, sono per la rivalutazione del romanticismo e dei baci appassionati e ho una grande paura dell'information overload"