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BLACK SABBATH 50 anni e non sentirli

I Black  Sabbath arrivarono per la prima volta a violentarmi le orecchie nel 1980 sotto la forma di un Lp di vinile prestato da un amico in un epoca in cui l’unico modo di procurarmi qualche disco, a parte il risparmio settimanale delle mancette familiari, era lo scambio di album che mi ritrovavo a registrare,  in mancanza di un impianto stereo integrato, piazzando il registratore portatile davanti ad una delle casse acustiche mentre il disco girava cercando di restare nel più assoluto silenzio e sorprendendomi tuttavia ogni volta della pessima qualità  di ascolto che il nastro restituiva.
Il disco era “Paranoid” il loro secondo (ma all’epoca non lo sapevo) uscito ben dieci anni prima. La band nella formazione originale già non esisteva più.
La copertina era già di per se inquietante, soprattutto se affiancata a quella ancor più terrificante dei ben più innocui Uriah Heep di “Very ‘eavy very ‘umble” che giunsero in cameretta in quella tornata di scambio. Una sorta  di ectoplasma di guerriero folle  compariva da quella che mi sembrava una selva oscura sia sulla fronte che sul retro della cover, e all’interno questi quattro freaks dai capelli selvaggi e con le croci al collo ritratti in bianco e nero. L’etichetta circolare applicata al vinile poi era un incantesimo per gli occhi, il noto “Vertigo swirl” il vortice bianconero in grado di ipnotizzarti se ti soffermavi a guardare il disco girare sul piatto.
Il momento in cui “War Pigs” uscì dai diffusori nel suo maelstrom di distorsione pura, di sezione ritmica oscura e slabbrata, di sirene che annunciano l’irreparabile, resta una epifania sinistra che mi resta ancora oggi a quaranta anni di distanza tatuata in qualche frammento del cervello.
sabbathI Sabbath arrivano al mondo il 13 febbraio di cinquanta anni fa nella forma estetica di un’altra cover memorabile, quella spettrale del loro esordio omonimo creata da Keef.
Un disco quello del debutto che di punto in bianco crea un genere musicale che non esisteva. Verraà battezzato Heavy Metal perchè l’etichetta Hard Rock o Hard Blues  utilizzata sino ad allora per definire le istanze più dure della musica giovanile messe su vinile e portate sui palchi da: Jimi Hendrix Experience, Cream, Who, Led Zeppelin non è più sufficiente. Metallo pesante che ti cola fuso nelle orecchie, questo il senso di una definizione che anch’essa celebra oggi il cinquantennale.
In realtà in quel disco sono soprattutto due brani a creare il “blueprint”, il calco su cui si abbevereranno centinaia se non migliaia di band: “Black Sabbath” il cui memorabile rintocco di campane a morto sullo sfondo di una pioggia incessante sottolinea un riff di tre note che pare partorito dall’oltretomba e “NIB” capostipite della costruzione dei brani su riff granitici circolari istantaneamente memorabili di cui il chitarrista Tony Iommi restera negli anni maestro indiscusso, formula che resterà immutata nei decenni, con tutti gli sviluppi e le modifiche del caso, in tutto l’ambito heavy e non solo.
Il resto del disco si abbevera all’hard blues, dal cui circuito i Sabs provenivano, servendolo in modo comunque sinistro e vagamente inquietante in modo da creare un’inequivocabile atmosfera di tensione ed ansia sottile cui contribuisce in modo più che determinante la voce di Ozzy Osbourne che inserisce al di sopra della trama costruita da Iommi, Butler e Ward un elemento di follia schizoide insita nel DNA del suo timbro,  niente di più lontano di quanto si è ascoltato in ambito hard sino a quel punto della storia.
Da lì in poi, attraverso plumbei capolavori come il citato “Paranoid” e “Masters of Reality” e gli sviluppi più progressivi di “Vol.4” “Sabotage” e “Sabbath Bloody Sabbath”, i Sabs  porteranno a compimento un perfezionamento ed uno sviluppo della formula in grado di dare materiale di studio a legioni di bands operanti negli ambiti più disparati.  Gli aflieri dello “Stoner” e del “Grunge” vent’anni dopo partiranno inequivocabilmente da lì.
La critica li massacrerà per anni ininterrottamente sino alla data del primo scioglimento, i “kids” li seguiranno devoti in un seguito dal fervore quasi religioso in un percorso fatto di trionfi e ricadute, di scioglimenti, riassembramenti e  ricostituzioni in formazione originale, tour di addio e quant’altro in un delirio di abusi di ogni tipo e conseguenti disintossicazioni.
Quello che resta è la realtà di quattro ragazzi del Black Country britannico che inventano qualcosa che prima non esisteva, qualcosa che resterà per sempre.
I Black Sabbath come li conosciamo oggi compiono cinquant’anni. Lunga vita ai Sabbath !

 

 

 

 

Ettore Craca

"Nel suono, nella pagina, nel viaggio, nell'amore io sono. In ogni altro luogo e tempo non sono".