THE WHO – WHO (Polydor, 2019)

Come anche i numerosi fan italiani hanno potuto verificare solo tre anni fa con i due concerti di Bologna e Milano, le esibizioni live degli Who costituiscono ancora, dopo più di mezzo secolo di carriera, uno spettacolo rock di elevato livello, cosa per nulla scontata nell’ambito del cosiddetto giurassic-rock. Si era diffuso invece uno scetticismo pressoché totale a riguardo di un nuovo lavoro in studio, scetticismo corroborato anche dai numerosi rinvii della data d’uscita, perché sembrava evidente che la vena di Pete Townshend fosse ormai irrimediabilmente inaridita: il precedente album in studio, “Endless Wire” (2006) si era rivelato debolino (per usare un eufemismo), senza ombra di dubbio di gran lunga il peggiore della loro carriera e del resto bisognava risalire addirittura al 1993 per ritrovare “Psychoderelict”, l’ultimo lavoro solista del leader degli Who, opera con spunti d’interesse ma, anche in questo caso, la meno incisiva tra quelle a proprio nome. Per la verità è però vero che qualche avvisaglia di segno contrario c’era pur stata: intanto il brano Be Lucky, unico inedito dell’antologia “The Who Hits 50!” del 2014 si era rivelato un buon ritorno ad un sound reminiscente del valido disco del 1981 “Face Dances”, e poi le due canzoni presentate in anteprima durante il tour USA ed il concerto di Wembley della scorsa estate, Ball And Chain (in particolare) e Hero Ground Zero, seppur ancora da mettere a punto, erano sembrate di buon livello.
Dunque, anticipato nelle settimane precedenti da tre brani di assaggio distribuiti sul web, finalmente il 6 dicembre esce il nuovo disco, semplicemente intitolato “Who” e con una copertina piena di rimandi ai sixties e al passato del gruppo stesso, opera dell’artista pop-art britannico Peter Blake (sue le cover art del celebre Sgt. Pepper’s dei Beatles e dello stesso Face Dances degli Who) e le reazioni della critica e del pubblico (numero uno in classifica in vari paesi anche se ormai i numeri sono piccolini…) sono pressoché unanimemente positive! Quel che resta degli Who, ovvero il duo Townshend-Daltrey più alcuni fidi collaboratori (Zak Starkey alla batteria e Pino Palladino al basso), tra un certo stupore ritira fuori le palle anche in studio e ci consegna un lavoro che, alla loro veneranda età di circa 75 anni, non è da tutti; intanto ci sono le canzoni di Pete, belle come non sentivamo da tempo, poi il sound è quello classico degli Who (soprattutto anni 70/80) con tanto di “pennate” tipiche del grande chitarrista e sue soluzioni tastieristiche, caratteristici contro-canti e le performance vocali di Daltrey sono ottime (direi quasi a livello del periodo di suo massimo splendore di lead vocalist concomitante con gli album “The Who By Numbers” e “Who Are You” rispettivamente del 1975 e 1978) a dispetto dei recenti problemi di salute che lo hanno portato a dichiarare di aspettarsi tristemente di perdere la voce nel giro di due o tre anni! Insomma se può francamente sembrare un poco esagerata l’affermazione più volte ripetuta dallo stesso cantante secondo il quale si tratterebbe del loro miglior disco dai tempi di “Quadrophenia”, è pur vero che esso risulta davvero fresco, piacevole, ottimamente suonato e almeno a livello dei loro due lavori degli anni 80 (“Face Dances” appunto e It’s Hard).
L’apertura di Who è affidata a All This Music Must Fade, classico single con il trade-mark di fabbrica del gruppo londinese, trascinante, con una melodia che ti si ficca in testa e con gli “sdeeeng” di Pete che imperversano accompagnando il cantato potente di Roger sottolineato dai coretti del chitarrista e l’ex-Heartbreaker Benmont Tench all’organo e mellotron per il primo dei suoi tre apporti al disco. Il testo di Townshend contiene le tematiche a lui care in particolare a partire dalla metà degli anni settanta, una volta archiviato il periodo delle grandi opere rock, ovvero il rapporto di amore e odio con i fan, con le sue stesse canzoni, con le altre personalità del gruppo e con l’essere una rockstar (“I don’t care, I know you’re gonna hate this song/It’s not new, not diverse/I’m not blue, I’m not pink, I’m just grey, I’m afraid/All this music will fade”). A tutto ciò nel nuovo lavoro si aggiunge un diffuso senso di malinconia e di consapevolezza per il tempo trascorso (“Io e Roger siamo ormai giunti alla fine delle nostre vite…” ha affermato recentemente il chitarrista), mai fastidioso però anche perché controbilanciato da un’energia musicale insospettabile.

Non particolarmente avvezzo alle prese di posizione socio-politiche, stavolta Pete inserisce anche due canzoni riguardanti l’Undici Settembre e tutto ciò che ne è scaturito. La prima è Ball And Chain (“Down in Guantanamo, We still got the ball and chain/That pretty piece of Cuba, Designed to cause men pain/There’s a long road to travel, For justice to make its claim/Still waiting for the big cigars”) che era già stata precedentemente pubblicata in una versione del solo Townshend con il titolo Guantanamo nell’antologia del 2015 “Truancy” passando del tutto inosservata, ma questa versione degli Who ne ribalta le sorti grazie al magnifico impegno vocale di Roger e alla chitarra di Pete che impazza con venature hard mai ridondanti per un brano che cresce non poco con l’ascolto. La seconda è Hero Ground Zero, il cui testo è più nebuloso e mescola sensazioni diverse; già presentata dal vivo in anteprima dallo scorso tour estivo, essa si avvale di orchestrazione (sempre cara al leader degli Who e curata insieme alla moglie Rachel Fuller). Con I Don’t Wanna Get Wise il Townshend che scriveva nel 1965 di “sperare di morire prima di diventare vecchio” ora si accontenta di “non diventare saggio” e sfodera una bella melodia pop con un testo che volge uno sguardo beffardo al passato (“All the shit that we did, Brought us some money, I guess/And those snotty young kids, Were a standing success/We tried hard to stay young, But the high notes were sung/I don’t wanna get wise”) in un pezzo che avrebbe potuto tranquillamente essere un outtake di Face Dances; anche qui da segnalare l’ottimo lavoro all’Hammond di Benmont Tench. Detour è invece un brano che profuma di Who anni sessanta, dominato da una ritmica frenetica che ricorda in parte Magic Bus e che conferisce ulteriore varietà alla selezione di canzoni del disco. Con Beads On One String (unico brano in cui Pete si avvale dell’aiuto compositivo di un certo Josh Hunsacker) siamo dinnanzi probabilmente al momento più alto di “Who”: la perfetta canzone pop di Townshend con tastiere elettroniche in evidenza e le sue tipiche schitarrate che accompagnano un ritornello interpretato al meglio da Roger in un’atmosfera di disincantata osservazione delle sorti dei microcosmi personali e dell’umanità in toto (“This can’t go on forever/This war in a ring/Gotta bring us together/Like beads on one string”).

Per coloro che lo ascoltano su LP, il secondo lato, in verità di livello inferiore al primo, inizia con la ripetitiva Street Song, decisamente il punto debole dell’album, alla quale segue però la splendida I’ll Be Back, l’unico pezzo cantato (con intonazione da bossa nova) ed interamente suonato da Pete che si snoda dolcemente in una nostalgica e malinconica ma serena atmosfera da tramonto di una giornata con ricordi di amori vissuti (“The time has come, For us to see if you’ll take me once again/But darlin’, I’ll be back/I’ll be reborn, I know I will always want to be your friend/I’ll remember how I once loved only you/In this life, you so blessed me/I would want that again, you see/To be happy again by lovin’ you”) con la giusta dose di accompagnamento orchestrale, archi e l’armonica suonata con lo stile del grande maestro Toots Thielemans da sempre adorato da Townshend.
C’é spazio anche per una composizione di quello che da anni è ormai quasi un “terzo Who” nei concerti (ma stranamente non suona in questo lavoro), ovvero Simon Townshend, fratello minore di Pete, che si lascia ascoltare con una Break The News dal sound molto americano. Rockin’ In Rage già dal titolo si dichiara pezzo ad alta energia chitarristica seppur non particolarmente originale, sospeso tra echi della Jumpin’ Jack Flesh dei Rolling Stones e la Dr. Jimmy di Quadrophenia, con Roger che canta da arrabbiato; ancora Benmont Tench ospite e archi in sottofondo. La chiusura di questo sorprendente lavoro è affidata alle soffuse ed ammalianti atmosfere notturne jazzate di She Rocked My World. Resta da dire che il disco, inciso tra Londra e Los Angeles, si avvale della produzione (non esaltante, a tratti quasi un low-fi nel senso di qualità di registrazione non eccelsa) ad opera dello stesso Townshend insieme a David Sardy, ma le parti vocali sono state incise separatamente da Daltrey (ufficialmente perché in vacanza mentre gli altri perfezionavano parti strumentali e cori) con il suo produttore personale Dave Eringa.
Nonostante il lavoro suoni estremamente coeso e scorra a meraviglia per la maggior parte della sua durata, Il fatto di aver registrato separatamente ha alimentato voci di pessimi rapporti tra i due Who superstiti, ma la realtà è che il loro connubio artistico è sempre stato caratterizzato da un elevato tasso di conflittualità quando essi si trovano fuori dalla dimensione del concerto (dove invece continuano a fare squadra in amicizia e con ottimi risultati) soprattutto per la tendenza alla provocazione da parte di Pete (genio di difficile sopportazione) che è solito attaccare Roger spesso anche in maniera piuttosto pesante (“lui è solo il cantante” alludendo alle sue scarse capacità compositive…), figurarsi dopo 55 anni di convivenza! Roger, dal canto suo, nonostante il carattere impulsivo, pur avendo dichiarato all’indomani della morte di John Entwistle “Oddio, sono rimasto solo col rompiballe!”, da anni non risponde più alle provocazioni, anzi proprio recentemente si è sperticato in lodi nei confronti del pard sottolineando che “ancor oggi Pete è un compositore assolutamente brillante” (per la verità anche Pete ha elogiato le interpretazioni vocali fornite dal cantante ai suoi brani). Insomma, consapevole che senza Townshend non possono esistere gli Who, Roger si dimostra da decenni sinceramente ed amorevolmente impegnato nel mantenere in vita la loro creatura anche a discapito del proprio orgoglio e anche quando periodicamente il suo compare afferma al contrario di odiarla; ricordiamoci inoltre che anche negli anni d’oro del quartetto è stato lui ad assumersi il ruolo di collante della band in virtù del fatto che era l’unico membro sobrio! La seguente recente dichiarazione rilasciata dal chitarrista degli Who nel corso di una intervista a Rolling Stone USA, per quanto interpretata dalla stampa di tutto il mondo solo in maniera da far tendenziosamente leva sugli aspetti negativi, è sintomatica in tal senso: “Ciò che sto per dire non farà piacere ai fan degli Who, ma grazie a Dio Moon e Entwistle sono morti, perché era molto difficile suonare con loro. Non si sono mai comportati come se fossero parte di una band, sono state anzi la mia disciplina musicale e la mia efficienza da chitarrista ritmico a tenere unito il gruppo. John Entwistle trattava il basso come fosse un organo da chiesa: suonava ogni nota, ogni armonica, a livelli esagerati. Quando è morto e ho suonato i primi concerti con Pino Palladino senza tutta quella roba ho pensato <<Wow, ho un lavoro!>>. Quando invece c’era Keith, dovevo tenere il tempo perché lui non lo faceva. Così quando è morto mi sono detto: <<Ok, non devo più tenere il tempo”.

Naturalmente il suo rallegramento costituiva un paradosso inteso, più che dal lato tecnico della questione, ai fini della sopravvivenza degli Who e del resto già qualche tempo dopo la morte di Keith Moon nel 1978 aveva dichiarato che, nonostante la grande amicizia con Keith, la sua dipartita aveva permesso agli Who di continuare nella loro strada poiché le ormai disastrate condizioni psico-fisiche del batterista non gli avrebbero più consentito di suonare in maniera professionale. Per i completisti del gruppo londinese, il nuovo lavoro è stato pubblicato in una miriade di formati (anche in picture-disc e nella rediviva musicassetta!) ed esiste una versione deluxe del CD che riporta tre bonus tracks (i quali per la verità, come un poco acidamente riferito da Daltrey, c’entrano poco col disco), tutti riconducibili al solo Townshend e da lui cantati: This Gun Will Misfire e Danny And My Ponies, buone canzoni evidentemente di recente produzione e poi Got Nothing To Prove, valida testimonianza di metà anni sessanta poiché si tratta di un demo tipico della sua produzione di allora con tanto di orchestrazione, ottoni e voce acerba, non utilizzato all’epoca ed arricchito ora con delle sovraincisioni. Infine, nella versione CD deluxe giapponese c’è un quarto bonus non riportato in copertina dal titolo Sand, anch’esso interessante demo di recente ritrovamento sempre proveniente dal primo periodo (questo brano si trova anche come dieci pollici bonus incluso nella versione audiophile di 2LP reperibile unicamente nel sito ufficiale della band). Una piccola nota negativa è che non sono inclusi i testi delle canzoni, se non nelle solite edizioni giapponesi. Non ci resta quindi che goderci questo gioiellino inopinatamente piovuto sulle nostre teste augurandoci che nelle prossime date live primaverili in Gran Bretagna (con il warm-up di quattro concerti acustici in un localino fuori Londra per celebrare i 50 anni di “Live At Leeds!”) e Stati Uniti i due mostrino maggior coraggio che in passato nel preparare la set-list e diano la possibilità almeno ad alcune delle nuove creature di essere esibite davanti ad un pubblico, tanto più che ora il materiale nuovo è davvero di ottimo livello! Sarà il loro ultimo lavoro in studio? Non ci giurerei ma, se così fosse, sarà stato un commiato degno del loro nome. Dunque Long Live To The Who!, ancora capaci di scrivere pagine importanti nel grande libro del rock dopo averci regalato decenni di dischi e concerti stellari!

  1. All This Music Must Fade ****1/2
  2. Ball And Chain ****1/2
  3. I Don’t Wanna Get Wise ****
  4. Detour ***1/2
  5. Beads On One String *****
  6. Hero Ground Zero ***
  7. Street Song **
  8. I’ll Be Back ****
  9. Break The News **1/2
  10. Rockin’ In Rage ***1/2
  11. She Rocked My World ***1/2
  12. This Gun Will Misfire (bonus CD deluxe)
  13. Got Nothing To Prove (bonus CD deluxe)
  14. Danny And My Ponies (bonus CD deluxe)
  15. Sand (bonus CD deluxe giapponese e 2LP+10” audiophile)

 

Sergio Gandiglio

Sergio Gandiglio

My heart is cheerful It's never fearful I've been down on the killing floors I'm in no great hurry I'm not afraid of your fury I've faced stronger walls than yours (Bob Dylan)