Un bel po’ di Chili pepato, in salsa rock – Blood Sugar Sex Magik

Per chiunque abbia vissuto da adolescente – o da giovane uomo o donna – quel periodo, il 24 settembre del 1991 non potrà mai più essere una data come un’altra. Come molti di voi sapranno, fu la data in cui quel trio di ragazzotti dai capelli lunghi, capitanati da un giovane biondino di Aberdeen, diede al mondo un piccolo afflato di eternità: Nevermind non può proprio essere considerato solo un album di musica rock, ma è assolutamente ben di più.
Fu un punto di arrivo per gli anni 80, un nuovo inizio, una svolta epocale, e un catalizzatore che scatenò una reazione chimico-musicale esplosiva per la musica degli anni 90, e del nuovo nascente millennio. Ma quel giorno così fausto – almeno per quella parte della Generazione X che amava le tonalità distorte, elettricamente inebrianti e acusticamente risonanti del rock – che rimarrà per sempre alla storia come il “natale” del rock anni 2000 , non può essere ricordato “solo” (anche se ce n’è già così tanto che basterebbe e, anzi, avanzerebbe per qualsiasi giorno del calendario gregoriano) per la seconda opera dei Nirvana (sempre lode a loro).RHCP
Quella giornata della storia, che alla maggior parte degli ancora viventi mondiali non dirà poi molto, vide ‘nascere’ anche un altro album rock, molto particolare per struttura e sound, e la cui uscita fu la vera fortuna di 4 ragazzi di Los Angeles dal fisico e dall’animo surfista, ma dal cuore rock: e in parte anche nostra. Blood Sugar Sex Magik era in assoluto l’altra faccia dello stesso universo in cui abitava Nevermind: se da un lato l’album dalla copertina che sembrava la pubblicità di un corso di acquaticità era stato – nella concezione che aveva della musica Cobain – un modo di rendere un po’ più popolare un tipo di musica che nasceva invece per appartenere ad una “elite” (nel senso di gruppo ristretto) di persone, il quinto album dei Red Hot Chili Peppers invece partiva dalla concezione che la musica fosse commistione, condivisione di gusti e di sonorità: lo specchio di una realtà multietnica, in cui il sound aveva il volto meticcio derivato da un incrocio tra funky, rock e metal, amalgamato a liriche a volte rap e a volte pop.
Insomma, era un vero crocevia musicale, una esplosione di suoni che attirava a sé i padiglioni auricolari di un pubblico che più eterogeneo non avrebbe potuto essere. Ma se fino a ben oltre la metà degli anni 80 questi tentativi rimanevano soffocati dalle velleità prettamente funk e rap del quartetto in cui ancora militava quel Hillel Slovak – che tanta importanza aveva nella vita e formazione musicale di Anthony Kiedis (e a cui, sostanzialmente, venne dedicata ‘Under the bridge’, primo singolo e successo mondiale di “Blood Sugar..”) – con l’ingresso nella formazione di John Frusciante e l’uscita del primo album della nuova formazione Mother’s Milk, le intenzioni erano seriamente cambiate: mantenere lo spirito crossover e l’anima funky, ma spingere quelle chitarre (e quella possente e talentuosa sezione ritmica) verso un universo un po’ meno rappante, e un po’ più rockeggiante. Frusciante in questo diede una poderosa svolta, che però Smith, Kiedis e Flea – da grandi musicisti quali erano e sono – seppero davvero accompagnare: cambiare il sound di una band dl grande potenziale, ma senza stravolgerne l’anima e le armonie. Fu con queste premesse che si arrivò a “Blood Sugar Sex Magik”, un album dal corpo ancora evidentemente funky – capace di sconquassarti con la voglia di ballare e muoverti come se fossi a letto con l’amore della tu vita – ma dall’anima evidentemente rock.

Un rock mai rabbioso – come invece evidentemente era quello che stava nascendo contemporaneamente dall’altra parte dello stesso continente – ma nemmeno mai solamente gioviale. Trattava invece temi piuttosto difficili e mai banali, che spaziavano dal timore della morte alla droga, dal sesso alla paura della perdita e alla depressione: il tutto condito con una gran voglia di non contenere la propria voglia di esplorazione, di crossover emozionale e musicale che era alla base dell’album.
Questa fu la ricetta esplosiva che diede a noi, smaniosi adolescenti dell’epoca, canzoni fieramente rock come “Breaking the girl”, “Suck my kiss”, “Give it away” e “Blood sugar sex magik”, ballad finemente emozionali quali la bellissima “Under the bridge” e “I could have lied”, e divertenti pezzi dall’anima picchiettante come “The power of equality” , “Sir Psycho sexy”, “Apache rose peacock” e il conclusivo ‘giochetto’ “They’re hot”.
Ed esattamente nel mezzo troviamo capolavori crossover del genere di “Naked in the rain”, “The greating song” e “My lovely man”. “Blod Sugar…” è un autentico mondo di emozioni: rappresentò per i ragazzi di quell’epoca un portale tra due dimensioni diverse, che in quel periodo pareva perfino difficile riuscire a veder convivere in maniera decente. Loro invece li fecero incontrare in un modo che definire superlativo e naturale non basta di certo a descriverlo.
Piacque trasversalmente, anche a quei metallari dall’anima dark che si proclamavano puristi della schitarrata con headbanging incorporato. Dopo quel capolavoro, i RHCP solo in un altro caso (Californication) riuscirono nuovamente a compiere il miracolo. Ma questa è davvero un’altra storia.

Stefano Carsen

"Sentimentalmente legato al rock, nasco musicalmente e morirò solo dopo parecchi "encore". Dal prog rock all'alternative via grunge, ogni sfumatura è la mia".