Il Nigthmare Castle di ALICE COOPER infesta Augusta Taurinorum

In giro per le campagne delle Langhe alla ricerca di vino bianco per annaffiare pesce del Baltico, mi addentro in cascinali imperiali dove alla ventesima degustazione sono già ciucco perso pronto a diventare un membro onorario della Confraternita Dell’ Uva con John Fante e Chinaski a benedirmi con il nettare degli dei.
Privo delle mie facoltà mentali che già di norma non è che abbiano chissà quali reazioni ricettive vago con andamento obliquo verso una grata da cui esce fumo al profumo di arrosto, mi abbasso, apro la grata mi cade il calice del nettare degli dei e finisco dentro una gelatina viscosa dalla quale non riesco a liberarmi, all’improvviso e mentre un ragno enorme obeso e peloso vuole addentare il mio magnifico corpo vengo salvato dal lazo di pelle e diamanti di Tiffany della mia adorata, bellissima, ricciolina e di nero vestita CALAMITY Marzia Donzy Jane; di buona lena saliamo sulla Banana Car, mi acconcio la Banana con Lacca Splendor e via nella Taurinorum, ci aspetta il live di Zio Alice che bramiamo da mesi e sopravvissuti alla demoniaca avventura stiamo per sprofondare nelle tenebre e nella sensuale ragnatela di Mr Furnier aka Alice Cooper, quindi occhi con nero painting e cilindro in testa ci si avvia all’ ingresso non prima di accodarci a Stefano Pasilino che crea un incredibile burn out per indossare l’adamitica t-shirt di Alice Cooper che fa coppia con la mia dell’album Paranormal.alice cooper
Belli come i granata primi in classifica entriamo nel Palalpitour dribblando chiunque e passando nel tunnel da ola creato dalla security la prima fila è come sempre e di nuovo di nostro dominio; prendiamo posto spogliandoci dagli orpelli e sullo stage a scaldare il pubblico fanno il loro ingresso dal Kentucky i Black Stone Cherry; i quattro redneck mangia scrambler eggs ci servono il loro energico rock con influenze southern come un virulento knock out di Primo Carnera, coadiuvati da tastiere e percussioni il drumming di John Fred Young macina ritmiche che creano polvere nell’aria che vien placata dal basso suonato con velleità funkeggianti dal buon e molto tecnico ma con cuore John Lawhon, mentre il biondino Ben Wells con la t-shirt di Tom Petty con i suoi riff secchi e selvaggi come segale cornuta viaggia per tutto il palco riempiendo lo spazio e incitando la folla nel funambolico rito del rock n roll, intanto Chris Robertson all’altra sei corde ci seduce con la sua voce roca e calda, le sue parole entrano nell’anima e nel cuore portandoci nella giusta estasi in attesa del signor Furnier; band davvero entusiasmante e con cuore pulsante i Black Stone Cherry, sentito inchino e per loro sentiti applausi scroscianti.Alice Cooper
In men che non si dica una marea indefinita di roadies smantella tutto per allestire il set che direi cinematografico di Alice Cooper, dietro un telo che ricopre tutto il palco con le effigi degli occhi del Re dello Shock Rock vediamo un andirivieni di oggetti, casse, scatole e chi più ne ha più ne metta; nell’aria c’è sensazione di attesa ed eccitazione e finalmente le luci si spengono fra urla, boati e lacrime, le luci di scena si colorano di rosso sangue cade il telone e finalmente scorgiamo il mondo di Alice Cooper e finiamo prigionieri del suo upside down.
Sul palco appare un castello medievale con una bara di frassino con gli occhi di Alice Cooper sul coperchio, nella torre principale alloggia un bambino demoniaco e sparsi per il cortile fusti che contenevano olio bollente con all’interno ora cadaveri putrefatti in avanzato stato di decomposizione e teschi spettrali bianchi come madreperla, intanto un sospettoso cigolio dà il La alle note di Nightmare Castle, il fumo delle tenebre ci invade e lo show ha finalmente inizio; sullo stage appaiono i cinque musicisti che accompagneranno il re delle tenebre, alla batteria con doppia cassa insanguinata il funambolico Glen Sobel sfonderà i nostri padiglioni auricolari con un drum set chirurgico, potente, preciso ma dannatamente ipnotico; Sobel crea ritmi che ci portano all’headbanging, i piatti ed i tamburi ci portano nel rito del male che è così bello e sensuale, le bacchette vengono usate a mo’ di gioco circense durante l’assolo di rito dove si rimane a bocca aperta con bava dalla bocca colante; il complice ritmico di Sobel al basso Thunderbird bianco ed all’occorrenza nero o color legno è il wolfman Chuck Garric, con flaming sideburns nero corvino ed un fisico muscoloso da ventenne accompagna il drumming con delle lamate di basso che fan muovere il bacino di sensualità, Garric ammalia con lo sfacciato groove, le spesse corde dello strumento vengono fatte sudare a dovere infarcendo il sound con un substrato mellifluo di ritmo irresistibile e sfacciatamente soft porno; a costruire tutta la trama sonora tre chitarre per tre chitarristi con tre stili unici.Nita Strauss
Tommy Henriksen il primo dell’infernale triade è quello che dietro il suo cappellone nero come la notte e tatuaggi sbiaditi ma bellissimi (UP di Peter Gabriel sul muscolo del braccio sinistro è roba da veri intenditori) è quello che si occuperà di sporcare i brani dell’irrefrenabile, sudicio e drogato sleaze del sunset boulevard adatto ad i brani di metà anni novanta del repertorio di Mr Furnier, Henriksen con le gambe ad x ricurvo splettra le sottili corde esigendo approvazione che arriva copiosa e regalando plettri in segno d’amore per il suo stile che scatena gli ormoni femminei; il secondo killer riff è l’irrefrenabile Ryan Roxie, pantalone a zampa borchiato e stivaletto di pitone texano è colui che invece arricchirà la proposta sonora con lo sfacciato stile seventies di stampo rollingstoniano, il settantiano Roxie sciorina quei riff che han fatto immensi e indimenticabili brani come Muscle Of Love, giri di chitarra pieni zuppi di quel blues elettrico che si insinua nelle sinapsi come il denso, dolce e zuccherato all’inverosimile sciroppo d’acero della Louisiana e di color Brown Sugar; completa il terzetto del parco chitarre e siam a diciotto corde la punta di diamante del dinamico trio vale a dire Nina Strauss.
Nina è bella come un fiordo, bionda con lineamenti fini e delicati, capelli color grano e fasciata in una tuta nera di pelle adamitica che ne fa risaltare lo scultoreo corpo, la giovane Hurricane Nina è colei che con le sue Ibanez signature costruirà l’impianto heavy metal delle superbe songs, Nita riempie l’aria di note stellari, seduce con tapping e incommensurabile e pornografico finger picking, le chitarre nelle sue mani han vigore ed energia unica, in particolare quando Hurricane Nita usa il feedback brandendo lo strumento come una spada ninja, il suo tocco heavy fa spuntare copiose le corna al cielo e Lei conscia della sua missione riuscita non ci risparmia della sua immensa arte. Poi le tenebre calano ancor di più e spunta dall’oltretomba in tutto il suo terrore con gli occhi neri sbavati di rimmel di carbone Vincent Furnier ovvero Alice Cooper.Alice Coooper
Settantuno primavere per il vecchio demone e non sentirle, Zio Alice dall’alto della sua immensa esperienza tira fuori dall’immancabile cilindro nero uno show sempre unico e grandioso, il nostro cambia abito per ogni canzone sempre con pantaloni di pelle nera però, camicie con sbuffi insanguinate, facce di cadavere che spuntano da giacche, Alice bandisce spade, coltelli, frustini per incitarci al suo macabro ma seducente shock rock; la scaletta proposta è da brividi lungo la schiena, Feed My Frankenstein cadenzata e drammatica ma al contempo goliardica, No More Mr. Nice Guys anthem da da braccia alzate e ritornello da mandare a memoria a squarciagola, Hey Stoopid dannatamente anni novanta da scudisciate sanguinolente sulle sode natiche, Muscle Of Love per farci metter in bella mostra i cuori sacri tatuati sui nostri corpi, Bed Of Nails dove il bondage la fa da padrone, Poison che si infila nelle vene iniettandole di seducente malvagità, I’m Eighteen dove tutti rivendichiamo la nostra sfacciata giovinezza in barba all’età anagrafica, Alice durante le varie interpretazioni si eclissa donando il giusto plauso agli assoli dei suoi sodali musici facendoci assaporare delizie sonore inarrestabili; la scaletta prosegue in modo antemico ed intanto si vien sommersi da dollari satanici con Alice che ci ipnotizza con armonica a bocca e maracas.
Non pago dell’ immensità di storie e personaggi all’interno del concept show si innesta la favolosa moglie del Signor Furnier ovvero la ballerina Sheryl Goddard che darà vita alla sposa cadavere uccisa per un immenso e totale amore perseguitando il brutale killer, ma, il meglio arriverà durante le quattro canzoni che andranno a formare quasi una suite, con Billion Dollar Babies, Steven, Dead Babies ed in coda Escape lo psicopatico Alice rinchiuso nella camicia di forza darà vita a psicosi irrefrenabili cercando di uccidere Steven con una mannaia, ma Steven vivrà e si ribellera’ sotto forma di bebè gigante alto quattro metri con il cuore sacro tatuato sul petto e corpse painting in abbondanza.
Intanto Sheryl Goddard illuminata da lampadari ottocenteschi diventerà sensuale infermiera del manicomio dando la caccia aiutata da loschi figuri a Psycho Alice per poi ghigliottinarlo nella pubblica piazza del rock n roll davanti alla folla adorante, mostrando il cranio che dà gli ultimi spasmi vitali, che famiglia dannatamente amorevole; non pago e domo Alice risorge dalle sue ceneri e ci investe ancora con canzoni irrefrenabili e con indosso la maglia azzurra  della nazionale di calcio fatta apposta per Lui con sulle spalle il bellissimo lettering COOPER 18; lo show di per sé sembra concluso ma il bis ovviamente d’ obbligo è affidato all’incendiaria ed amorevolmente anarchica School’ Out dove un Alice Cooper con frac bianco e relativo cilindro ma grondante sangue virginale ci porta a sfondare il palazzetto con le nostre urla ribelle e disumane, indomiti ci sbracciamo a rivendicare a non avere oppressori morali, reazionari e patetici, Alice e la sua band lo sanno ed attizzano il fuoco della ribellione con palloni enormi pieni di piume che facciamo esplodere sui nostri sudati crani, la facinorosa composizione prosegue inglobando anche nel ritornello Another Brick In The Wall dei Pink Floyd che si sposa alla perfezione, all’unisono gridiamo contro chi giudica il nostro modo di essere, noi siamo noi stessi e basta, senza filtri e senza fronzoli e si fottano tutti gli altri, d’altronde siete voi “solamente un altro mattone nel muro” noi il muro lo sfondano.Alice Cooper
Lo show si conclude con saluti ed applausi degni del migliore show teatrale con annessi colpi di scena ed un copione perfetto da mandare a memoria, Alice Cooper è sempre magnifico, gli anni passano ma ci regala sempre le quasi due ore di svago contagioso che sono poi i dogmi del più onesto e selvaggio dettame del rock n roll; grazie davvero di cuore Signor Furnier il tuo Alice Cooper è davvero oramai una presenza familiare, e contornarti di musicisti di livello come Nita Strauss, Ryan Roxie, Tommy Henriksen, Chuck Garric, Glen Sobel ed infine Sheryl Goddard fa sì che tu possa portare sempre nuova, ispirata, potente e contagiosa energia a noi ed al rock n roll che si nutre come il tuo pubblico di questi indispensabili ingredienti e la tua irrefrenabile voglia di divertire.
A fine show con i miei compagni di avventura ci rendiamo conto di avere assistito ad uno show unico che terrà uniti i nostri ricordi, intonando ancora Teenage Frankenstein ci avviamo alle rispettive vetture con il sorriso che illumina i nostri volti. Mi siedo in macchina ed in sottofondo Let’s Go Craxy di Prince mi fa schioccare le dita a ritmo funky, però ad un certo punto inchiodo in mezzo alla strada perché vedo una giovane donna che chiede aiuto, scendo le porgo il mio pile da pic nic, è infreddolita e trema come una foglia, cerco di comunicare con lei ma tutto è inutile, mi accorgo che è non vedente e comincia ad accarezzare il mio viso, con voce flebile comincia a descrivere i miei tratti somatici e piano piano svela anche parti della mia vita che nessuno conosce; esterefatto, dubbioso ed impaurito cerco di capire chi sia costei, ma, un funambolico bacio alla francese con lingua umida ottunde i miei sensi provocando un stato catatinico narcolettico, d’un tratto rivedo un me stesso nel 1798 nella campagna inglese in compagnia di pittrici balinesi che ricavano pigmenti da piante esotiche, io do’ loro consigli su pennellate e decanto versi di Verlaine sorseggiando vino Bordeaux attinto da botti d’acero secolari della casata dei Wilmington, ma ad un tratto in questa quiete il losco ed iracondo…
Ma questa è un’altra ed incredibile storia Ragassi e Ragasse.
Stay Tuned from more Rock n Roll!!!

Daniele Rosa Cardinal

Banana : in azione sul dancefloor sotto la mirrorball,in prima fila nei live act,ovunque ci sia rock n roll vibrations e movida life girls i'm yours