Marlene, che uccise Paranoia.

“Lo meritava davvero, e’ tutto cio’ che so
Mi torturava, non mento, e non puoi dirmi di no
Mi si notifichi pure oscena gratuita’,
Ma lei mi torturava e questa e’ la verita’
Lo meritava davvero, e’ tutto cio’ che so
Mi torturava, non mento, e non puoi dirmi di no”

marlene kuntz

«Non un gruppo di rock italiano, ma l’unico gruppo italiano di rock». Non credo di essere stato mai così d’accordo con l’autore di “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”, da quando appunto Enrico Brizzi scrisse il suo celeberrimo libro d’esordio. In un certo qual modo, mi riesce difficile parlare dei Marlene Kuntz in termini obiettivi, più che di altri gruppi che comunque adoro: questo perché mi sento legato alla loro musica in un rapporto simile a quello che si può instaurare tra congiunti e consanguinei. Ha più a che fare con il sangue, e con la pelle, con il contatto epidermico, più che con quello della fruizione. Sono uno di quei gruppi musicali che ho avuto la fortuna di veder nascere, iniziare a camminare, e poi crescere: anzi, per la verità, abbiamo avuto modo di crescere insieme, maturare, procedere a volte a passi lenti, a volte con un occhio alla loro genesi, a volte con la mente a quello che sarà il futuro.
Di sicuro c’è che nel loro meraviglioso cammino sonoro, i Marlene non hanno mai smesso di cercare di mantenere la loro anima rock indipendente, da tutto e da tutti, trattenendo la loro natura primigenia dura e graffiante, metallica e rabbiosa, ma con la capacità di mitigare e migliorare il tutto con spunti melodici di un lirico dolcissimo, legandoli e amalgamandoli alla notevole capacità di scrittura di Cristiano Godano. Una delle cose più apprezzabili del loro cammino, infatti, è la capacità di non aver mai sminuito la loro versatilità rock – costruita su un substrato di musica dalle sonorità sempre dure ed elettriche – nell’alveo sornione di uno sbavamento melodico forzato, per fare così in modo di arrivare al grande pubblico.
marlene kuntzIntendiamoci, non che non possano, o non debbano, arrivarci: il sogno di qualsiasi artista è da sempre stato quello di “arrivare” (nel senso di essere fruito) al maggior numero di persone possibili. Inoltre, non sarebbe neppure possibile, né tanto meno corretto, dire che non siano commerciali in assoluto. Ma il loro modo di esserlo è genuino, ancorato di certo ad una loro identità sincera e coerente, fatto di chitarre distorte, testi graffianti e letterariamente ricercati, parole mai banali connesse ad uno stile musicale dai tratti cupi e malinconicamente rabbiosi. Quest’anno ricorre il ventennale di “Ho ucciso Paranoia”, loro terzo studio album, e sintomatico del compromesso da loro spesso ricercato (e riuscito) di mediazione tra desiderio melodico e uno sguardo duro e disincantato sulla realtà, contornato da tratti di esplorazione di una profonda alienazione nei confronti dell’umanità. Sono tratti che, nel corso degli anni, i “marleni” sono riusciti a mantenere, evolvendo però in capacità di espressione testuale, ricercatezza sonora e capacità semantica.
Cristiano Godano marlene kuntzQuesto perché non sono solo musicisti, ma artisti a tutto tondo: Luca Bergia, Riccardo Tesio e il “nuovo (si fa per dire) marlenico” Luca Lagash danno alla musica spessore e profondità, vivificano e completano con qualità e sincerità musicale ciò che Cristiano, dall’alto della sua ricerca testuale fatta di riferimenti librari e mai scontata capacità espressiva, rende in parole. “L’odio migliore” e “Infinità” sono le due anime dei Marlene, e il tratto distintivo che le unisce è la loro capacità di mostrarle entrambe con un taglio mai ammiccante, mai troppo patinato: un atteggiamento davvero sincero di fronte a chi, come me, li ha amati da Catartica. Negli anni, i Marleni hanno anche sviluppato una interessante capacità di parlare direttamente, oltre che artisticamente, ai loro seguaci: ricordando “Ho Ucciso Paranoia”, recentemente hanno avuto modo di descrivere il brano “In Delirio”, con queste parole :”…il pezzo ha una sua forte personalità anche grazie al testo, dove si racconta la delirante deriva del protagonista verso il suo personale solipsismo malato e annichilente.” Un autore che utilizza la parola “solipsismo” con cognizione avrà da me amore sempiterno, sempre e comunque. E’ per un fatto di sangue, e di testa. Ma soprattutto di cuore.

“La mia Penelope tesse il ritratto di me che non so se tornare
Come una mitica cosa che valga la pena di rappresentare
Distrutto baby, spossato mia piccola da ogni pietosa sciocchezza
Che una marmaglia di predicatori vestiva con ogni certezza”

 

Stefano Carsen

Stefano Carsen

"Sentimentalmente legato al rock, nasco musicalmente e morirò solo dopo parecchi "encore". Dal prog rock all'alternative via grunge, ogni sfumatura è la mia".