Bob Mould, l’anima di una chitarra e il cuore di un abbraccio

Walkin’ around with your head in the clouds / makes no sense at all.

Ok: abbiamo tutti sognato – anche se sapevamo che NON sarebbe stato così – che si presentasse sul palco con uno straccio di band reclutata anche in un McDonald’s di Minneapolis, con un paio di musicisti laqualunque, capaci di aggiungere una linea di basso e soprattutto un po’ di randellate frenetiche alla batteria mentre lui schitarrava e cantava quella canzoni formidabili. Lo sognavamo perché è dura vivere senza gli Husker Du, specie adesso che Grant Hart – il melomane hardcore più anomalo e talentuoso della storia – ci ha lasciati già da troppo. Lo sognavamo perché sentire pezzi pazzeschi come “I apologize” (terza traccia dell’album New day rising, 1985) e “Makes no sense at all” (terza traccia dell’album Flip your wig, 1985; no, non è un errore: quei disperati facevano uscire dischi da 5 stelle l’uno a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro) adagiati su un tessuto sonico pieno – ancorché srotolato da mestieranti e non dal succitato Hart ai tamburi con le quattro corde spesse di Greg Norton – ci avrebbe fatto credere per un’ora che un mondo diverso è ancora possibile. Eppure. Eppure, cazzo. Eppure Bob Mould ha fatto un concerto clamoroso. Lui e la sua Stratocaster verdina Amanita Phalloides che però a differenza del fungo invece di ammazzare, resuscita. Da solo, da soli. Ha aperto il TOdays Festival quando nemmeno era sera e metà della gente doveva arrivare a Spazio, con lo spirito di chi sente investito di un grande onore e di un’ancor più grande responsabilità: quella di acchiappare, scaldare, sedurre, coinvolgere l’audience. Pure per gli altri che sarebbero venuti dopo, non solo per sé. Roba che tanti fighetti della nostra musica indie – qualunque cosa voglia dire – si sarebbero sdegnosamente rifiutati di fare, adducendo una serie di motivi che non valgono mezzo brano scritto da Mould al cesso durante una seduta. Ha cavato fuori da quella chitarra una cascata di note e di riff clamorosi, spiegando a una pletora di svisatori pipparoli – a volte bravi a nascondere i proprio limiti tecnici nel casino – come si esegue alla perfezione una serie di accordi così semplici da risultare complicatissimi proprio per la loro nettezza, la loro velocità, la loro dolce violenza. Fare bene le cose facili è difficilissimo, perché il minimo errore si nota. E Bob non ne ha fatto mezzo. Non ha perso una battuta. Pur andando ai trecento all’ora, con quella mano destra che non capivo, più tardi mentre gliela stringevo, come facesse a non sanguinare.
So che non fa figo farsi scappare lacrime di commozione e di gioia durante un concerto punk, ma oh: quando, dopo l’ouverture di “Flip your wig”, un classico delle sue esibizioni live che già avevo potuto godermi altre volte, ho riconosciuto al primo verso “Never talking to you again”, cioè un brano scritto da Grant Hart e non da lui, Grant Hart che tanto aveva amato e poi odiato, con cui non si era più parlato, Grant sperduto nei suoi abissi di eroina e malattia, Grant che a pochi metri di distanza da quel palco ci aveva regalato anni fa una serata di struggente, decadentissima, adorabile dolcezza poche settimane prima di morire, be’, ho perso la trebisonda e ho cominciato a frignare come un cretino, parandomi le tempie con le mani nella speranza che nessuno mi vedesse da dietro, visto che stavo a transenna e davanti non avevo nessuno. Tranne Bob. “There are things that I’d like to say, but I’m never talking to you again”. Ci sono delle cose che vorrei dirti, ma non ti parlerò più. “I’d show you everywhere you’re wrong, but I’m never talking to you again”. Vorrei spiegarti tutto quello che sbagli, ma non ti parlerò più.  Diosanto, che coraggio; che cuore, Bob. Le scrisse lui, chissà quante volte le hai pensate tu, quelle parole. Meno di due minuti di lamate elettriche per quell’anomala, meravigliosa, assurdamente acustica canzone racchiusa come un babà in una devastazione sonora di quattro facciate qual era, è, e per sempre sarà Zen Arcade. 1984. Argh. Nel finale da quel discone esagerato ha cavato fuori pure “Something I learned today” e “Chartered trips”. E madonnadelsignore, a quel punto lì ormai sembrava perfino che batteria e basso si fossero levati ad accompagnarlo da un pezzo.
A parte folksingers e insostenibili solisti virtuosi, nella mia vita ho visto solo due artisti capaci di reggere la scena in un modo del genere brandendo in solitudine e picchiando in quel modo su una chitarra elettrica, dispensando amore da battaglia in quel modo. Uno è lui. L’altro si chiama Billy Bragg.
Non mi allargo nella recensione del concerto: certe cose le lascio agli addetti ai lavori. Io sono addetto alla passione, malgrado faccia il giornalista. Non a caso mi hanno beccato (grazie Christian) mentre inizia uno di quei pezzi fragorosi e io, invece di battere le mani come le persone normali, esulto a braccia alzate come faceva Pulici sotto la Maratona. Degli Husker Du ne ha fatte altre (“Hardly gettin’ over it”, Iddio ti benedica), del progetto Sugar e delle sue avventure soliste ha suonato e cantato tre fra le più belle – “Hoover Dam”, “See a little light”, “If I can’t change your mind” -, al suo ultimo disco ha dedicato il minimo indispensabile. Del resto che gliene frega a Bob Mould. Lui ha creato quella musica mica per venderla, ma per scrivercela nell’anima. E incredibilmente è riuscito a fare tutt’e due le cose. La seconda più della prima, ma vuoi mettere la soddisfa.
Vuoi mettere specchiarsi negli occhi riconoscenti della tantissima gente che l’ha atteso dopo il concerto, alla quale si è dedicato per un tempo ancora maggiore, spendendo tutta la sua gentilezza, i suoi sorrisi, la sua parlata affabile e incredibilmente morbida considerata la ruvidezza della sua arte. I suoi abbracci. Perché sì. Io per una volta, anche se avevo i cd nello zaino, mi sono presentato al suo cospetto a mani vuote – nemmeno la macchina foto che di solito mi porto anche a letto – ma il cuore era pieno. L’ho guardato in faccia – non ci ero mai riuscito prima – e gli ho solo detto: “I Need a hug, Bob”. Ho bisogno di un abbraccio. E Bob: “Ooohhhh. You need a hug? Sure”. E mi ha abbracciato, stringendomi di un calore e una tenerezza che porterò sulla pelle per sempre.

WALKIN’ AROUND WITH YOUR HEAD IN THE CLOUDS / MAKES NO SENSE AT ALL.

E poi a camminare là attorno con la testa nelle nuvole, sì. Una roba senza senso proprio.

Andrea Pavan

Andrea Pavan

"Voi critici voi personaggi austeri militanti severi, chiedo scusa a vossía". Pace, amore, Pulici, film, libri, viaggi e rock'n'pop'n'punk'n'roll. E tanti, tanti gatti".