Addio a Neal Casal (1968-2019)

Era in ottobre, 1995. Il negozio che era diventato la mia Mecca personale, con una frequenza di pellegrinaggi pressoché quotidiana,aveva cambiato proprietario da circa un anno e Roberto aveva lasciato il posto ad Alessandro, col quale ci eravamo subito intesi: il punto d’incontro, la “terra di mezzo”, era in quello spazio che andava da Bruce Springsteen ai R.E.M., passando dal soul e dal country-rock che stavano tornando prepotentemente alla ribalta. Quel giorno Ale mi accolse con un sorrisone ed alzò le mani, oscillandole come per dire “non hai idea di che roba, che roba!”. Senza dire una parola pigiò il tasto play del lettore e partì Day In The Sun: fu così che incontrai Neal Casal, fu così che m’innamorai all’istante di “Fade Away Diamond Time”, un po’ come, per rimanere nel genere, mi era accaduto solo tre anni prima con “Hollywood Town Hall” dei Jayhawks, mentre ero leggermente più tiepido su “Faithless Street” dei Whiskeytown (ricordate questi ultimi, perché il leader tornerà in qualche modo in scena più avanti). La qualità adamantina delle canzoni, il suono, la voce, le chitarre (che chitarre, mamma mia!) rendevano quel debutto di un solista così personale, benché pienamente calato nella tradizione: un esordio autorevole, insomma, ottimamente prodotto da Jim Scott, uno che aveva lavorato con Robbie Robertson, Bo Deans, Zachary Richard, Chuck Prophet e si sarebbe poi occupato proprio dei Whiskeytown, Matthew Sweet, Todd Thibaud e dei Wilco.

Ma cosa aveva forgiato quel talento? Stando a varie interviste, Casal non aveva avuto un’infanzia serena: la separazione dei genitori e la loro irrequietezza l’avevano costretto a frequenti spostamenti, favorendo un carattere introverso e un ripiegamento sulle uniche cose che sembravano non tradirlo, una chitarra e una copia di “Exile On Main Street”, le cui tracce più consumate erano “Sweet Virginia” e “Shine A Light”. Lodi sperticate, critiche entusiastiche, apprezzamento unanime da parte dei colleghi: già sentito qualcosa del genere? Esatto: a metà del tour a supporto del disco, la Zoo Records sembra essere preoccupata dalla piega che sta prendendo la cosa e, temendo di non riuscire a sopportare uno sforzo economico consistente per favorire una “Next Big Thing” di tali proporzioni, abbandona il campo, lasciando Neal a metà del guado, con un disco di cui parlano tutti, ma che non viene distribuito (e rimarrà cronicamente irreperibile: non verrà mai ristampato). Il ragazzo non può certo prenderla bene, la batosta è pesante, si fa avanti la Glitterhouse, smaniosa di mettere sotto contratto qualcuno che potrebbe azzeccare una hit da top 40, ma i cinque dischi usciti sotto quell’egida sono molto distanti dall’esordio: “Rain, Wind And Speed” (1996) è acustico, composto da buone canzoni ma privo della compattezza di un “Nebraska”, mentre i successivi “Field Recordings” (1997) e “The Sun Rises Here” (1998) sono piuttosto discontinui, frutto di session sparse, ma nonostante l’ottima accoglienza di “Basement Dreams” (ancora 1998), indicato “Americana album of the year” dalla prestigiosa rivista inglese Mojo, la pubblicazione del quinto album previsto dal contratto è in realtà un lavoro che viene accreditato a Kenny Roby & Neal Casal, “Black River Sides” (1999) ed esce addirittura in versione limitata, per dire quanto il management ci creda. Per un’etichetta tedesca che lo abbandona (ma continuerà a distribuire i suoi album in Germania), ecco che i francesi della Fargo gli consentono di tornare a pubblicare, in piena libertà.

Ed è a questo punto che il Nostro ritrova la voglia non solo di concentrarsi sull’intimità di stampo folk, ma anche di dare sfogo a quell’abilità chitarristica che in tanti (tra i quali un certo Benmont Tench, incontrato durante le session di un disco, poi uscito solo parzialmente, di Shannon McNally) gli dicono sia un peccato riservare solo all’acustica. Ed è così che Neal imbraccia la prediletta Gibson SG e, alternandola alla Telecaster, si riscopre rocker di razza e, reclutati il batterista Dan Fadel e Jeff Hill al basso, crea il power (pop?) trio Hazy Malaze, coi quali inciderà tra il 2003 e il 2009 tre album, il migliore dei quali, a parere di chi scrive, è “Blackout Love” (del 2005 e mediano della serie), molto compatto e con accenti blues e white funky. Ma questo ragazzo dalla faccia sempre seria, un po’ imbronciata, appare sempre incapace di soddisfazione: provate a vedere l’esibizione del 2001 di Too Much To Ask, in una trasmissione televisiva irlandese prima di un concerto che si sarebbe tenuto poco dopo in un locale: impeccabile, intensa, autentica, ma scorgete un sorriso quando si complimentano con lui? Lo accenna, ma è imbarazzato perché sa che in pochi, pochissimi avranno apprezzato adeguatamente.

E le cose coi Malaze non vanno meglio, tanto che il terzo capitolo (presentato da una copertina splendida) risulta meno convinto. Ma chi si convince della bontà della sua qualità di strumentista è appunto quel Ryan Adams che, partito col botto ai tempi dei Whiskeytown (rieccoli!), sembrava lanciato verso lo stardom, ma si è perso in mille progetti e nei fumi dell’alcol frequentando modelle e jet set, e al momento sente il bisogno di circondarsi di una band stabile e devota: nascono i Cardinals, dal 2005 al 2009 una delle migliori formazioni a supporto di un solista, nella quale svetta il chitarrismo versatile di Casal. Il carattere irascibile di Adams si smussa, la gentilezza d’animo del nuovo sodale pare calmarlo, finché Neal riprende il suo percorso solista con due buoni album che esprimono tutte le influenze assorbite nelle esperienze precedenti, “Roots And Wings” e “Sweeten The Distance”.

Nel frattempo, anche i Black Crowes sono giunti al capolinea: la nuova band del cantante, la Chris Robinson Brotherhood, si mette a macinare southern rock di stampo Allman e nessuno potrebbe pensare a un chitarrista più adatto di questo ragazzo taciturno. Eppure, la contemporanea partecipazione all’esperienza GospelbeacH, sorta di supergruppo dal sound solare, californiano (del quale era appena stata pubblicata un’anticipazione del nuovo album, Bad Habits) farebbe pensare a un momento felice… Oggi lo sappiamo: non era così, i vecchi demoni sono tornati a tormentare questo fragile e sensibile ragazzo che, parafrasando una sua canzone degli esordi, voleva solo lasciare delle tracce nel mondo musicale: ci sei riuscito comunque, Neal. La terra ti sia lieve.

Massimo Perolini

Massimo Perolini

Appassionato di musica, libri, cinema e Toro. Ex conduttore radiofonico per varie emittenti torinesi e manager di alcune band locali. Il suo motto l'ha preso da David Bowie: "I am the dj, I am what I play".