Cronache da un tour a due facce – Eddie Vedder Live 2019 (Firenze Rocks e Collisioni)

Prima di iniziare a parlare degli ultimi due suoi recenti concerti estivi, del suo tour da solista di quest’anno, mi pare doverosa una premessa. Sono un fan della primissima ora dei Pearl Jam, li ascolto da appena poco dopo il momento in cui avevano cambiato il loro nome da Mookie Blaylock a quello che li ha visti diventare la bandiera dei ragazzi degli anni 90 e, forse, il più grande e conosciuto gruppo rock degli ultimi 10 anni. Non solo: nutro un amore e una vicinanza spirituale densissimi nei confronti di Eddie Vedder, la cui anima ritengo amica più di quella di parecchie persone che negli anni mi sono state accanto. Questa premessa era doverosa, perché quando si parla di musica e di questione di cuore, è sempre meglio essere sinceri: e quei pochi, o tanti, che leggeranno queste righe è giusto che sappiano da quali sostanze prendono vita.


Ho avuto modo di assistere sia al concerto del 15 giugno, quello all’interno del festival Firenze Rocks, sia a quello del festival AgriRock Collisioni, del giorno 17. E devo dire che, sebbene siano per certi versi stati simili nel loro svolgimento, hanno presentato anche parecchie differenze. Intanto, rispetto alle date italiane del tour solista di 2 anni fa, Eddie ha deciso di portarsi dietro un quartetto d’archi (il Red Limo String Quartet) già noto per gli ottimi arrangiamenti di pezzi rock (e con cui, in verità, aveva precedentemente già collaborato altrove): una scelta certamente non casuale, un modo per dare anche maggior liricità ad impianto musicale che, nella stragrande maggioranza delle canzoni scritte ed eseguite, non possiede quei tratti, di partenza. Devo dire che la notte di Firenze è stata magica: un Eddie entrato sul palco con la voglia di ripetere gli stessi incantesimi evocati due anni fa nella stessa arena, magari aggiungendo qualche ingrediente supplementare in modo di rendere il tutto ancora più indimenticabile. E credo che ci sia riuscito, nonostante questa volta non siano comparse stelle cadenti a lasciare un segno nel cielo stellato e nelle anime di tutti i presenti. C’era però una bella e luminosa luna, a rischiarare facce e cuori dei presenti: cuori trasportati da quella sua voce evocativa, sempre così ‘familiare’ da sembrare quasi quella di un padre, o un fratello, o di un amico che è sempre stato lì con te. A partire dalla scelta dei brani del concerto, iniziato con un set che partiva da Cross the river e da un Ed seduto al piano, e poi continuato con “Elderly…” e via via con parecchi pezzi dei suoi PJ’s, inframezzati da cover dei Pink Floyd (una “Brain Damage” che faceva il paio con la ‘Brigh side of the moon’ sopra le teste degli spettatori), di Tom Petty (ricordato in entrambi i concerti) e dei Clash (simpatica e confidenziale la trovata di accompagnare la canzone con una versione elettrica di un ukulele). Un set che faceva davvero commuovere sulle note di una delle più belle versioni di Wishlist che abbia mai ascoltato (si, il commosso ero io), ma che faceva anche sentire tutti meno solitari quando, sulle note di una “Alive” strumentale magistrale dei Red Limo, tutti i presenti iniziavano ad intonare le parole del pezzo, diventando essi stessi parte di un’unica band. Un Eddie stranamente solitario, non accompagnato dalla sua famiglia (come invece ci aveva abituato ad essere anche a Padova e Roma l’anno scorso): mancanza che ha tenuto a sottolineare, quasi fosse meno difficile poi da sopportare. Ecco, riparto da questa mancanza per raccontare, invece, un Vedder molto meno ‘presente’, coinvolto, meno illuminante, in quel della notte barolese. Un Vedder che non t’aspetti, visti gli ultimi concerti a cui avevo assistito: chi l’ha visto nel back stage ha anche parlato di un uomo che non aveva voglia di interagire con nessuno, perso a scribacchiare – seduto ad un tavolino isolato – sul suo taccuino personale, laddove invece il roscio ragazzotto irlandese Glen Hansard (suo amico e compagno di Tour anche quest’anno) teneva il banco magistralmente, parlando con giornalisti, roadies, fan occasionali e passanti. Un Vedder che sul palco aveva forse più voglia di parlare che di incantare, più voglia di esorcizzare che di stregare.

Non fraintendetemi: la voce era la sua voce, quella che ha fatto innamorare decine di milioni di fan; e pure il suo viso era quello un tantino modificato dal tempo e dai mille concerti portati a termine, che tutti noi siamo abituati a vedere. Ma nelle parole dette, nella minor “presenza” morale sul palco (a fronte di un concerto ben più esteso rispetto a quello di Firenze), nella non intenzionale diluita lunghezza delle pause tra un brano e l’altro, tra una parola detta e l’altra, io ho visto anche altro. Ho visto un uomo che, forse, sente nascere in sé alcune domande. Lo so, vi parrà che stia facendo fanta-cronaca di un concerto che, peraltro, a molti dei presenti è davvero piaciuto. Ma è come se empaticamente, in certi tratti del concerto, Ed non volesse trovarsi lì. E forse non vi era affatto, lì; non col pensiero. Succede, certo. Succede anche che non sia percettibile, il più delle volte. Ma può succedere anche che ci sia chi se ne accorge, anche non avendone le prove. Ad un certo punto Eddie, prima di intonare le parole di “Just Breathe”, ha parlato della fortuna del vivere: che non è, come molti tendono a pensare, avere tante cose, o vivere tante situazioni, o aver avuto tante donne o uomini. E’ rendersi conto che stai vivendo qualcosa di unico, in quello stesso momento e mentre lo stai agendo o subendo. E quindi io ringrazio di aver potuto vivere queste due versioni di Eddie un po’ diverse, a due giorni di distanza. Ci sono persone che non si rendono conto della fortuna di vivere anche situazioni non esattamente scintillanti. Credo che Eddie Vedder non farà mai parte di questo tipo di persone.

Setlist:

Keep Me in Your Heart (Warren Zevon cover)
Don’t Be Shy (Cat Stevens cover)
You’ve Got to Hide Your Love Away (The Beatles cover)
Elderly Woman Behind the Counter in a Small Town (Pearl Jam song)
I Am Mine (Pearl Jam song)
Brain Damage (Pink Floyd cover)
Sometimes (Pearl Jam song)
Good Woman (Cat Power cover)
Wishlist (Pearl Jam song)
Indifference (Pearl Jam song)
Far Behind
Long Road (Pearl Jam song)
Guaranteed (with Red Limo String Quartet)
Can’t Keep (Pearl Jam song) (with Red Limo String Quartet)
Just Breathe (Pearl Jam song) (with Red Limo String Quartet)
Better Man (Pearl Jam song) (with Red Limo String Quartet)
Last Kiss (Wayne Cochran cover)
Porch (Pearl Jam song)

Encore:
Jeremy (Pearl Jam song) (with Red Limo String Quartet) (string quartet only, Vedder not on stage)
Isn’t It a Pity (George Harrison cover) (with Red Limo String Quartet)
Unthought Known (Pearl Jam song) (with Red Limo String Quartet)
I Won’t Back Down (Tom Petty cover)
Black (Pearl Jam song) (with Red Limo String Quartet)
Sleepless Nights (The Everly Brothers cover) (with Glen Hansard)
Song of Good Hope (Glen Hansard cover) (with Glen Hansard)
Falling Slowly (The Swell Season cover) (with Glen Hansard)
Society (Jerry Hannan cover) (with Glen Hansard)
Should I Stay or Should I Go (The Clash cover)
Hard Sun (Indio cover)

Encore 2:
Rockin’ in the Free World (Neil Young cover)

Stefano Carsen

Stefano Carsen

"Sentimentalmente legato al rock, nasco musicalmente e morirò solo dopo parecchi "encore". Dal prog rock all'alternative via grunge, ogni sfumatura è la mia".