Rock and roll admiral

(Tom Petty: Gainesville, 20 ottobre 1950 – Santa Monica, 2 ottobre 2017)

Fanculo ai siluri, avanti tutta!“.
Il Primo Ammiraglio David Glascoe Farragut era un uomo tutto d’un pezzo: di natali sudisti, si era schierato con gli Unionisti e aveva ottenuto una vittoria strategicamente importante col blocco del porto di New Orleans. Una palla di cannone gli staccherà di netto un piede, ma passerà alla storia più per la frase sopra riportata che per l’eroismo guerriero.
Alla celebrità di quella esortazione contribuirà un altro figlio del Sud, un gentiluomo con ascendenze pellerossa e proveniente da Gainesville, Florida, che la userà quale titolo di un suo disco.
Thomas Earl Petty, in arte Tom, dopo aver lasciato i luoghi natii con quello che restava dell’esperienza Mudcrutch, si era accasato ad Ovest, in California, fondando gli Heartbreakers: e con qualche ragione, dati i risultati.
I primi due album erano stati dei piccoli successi, ma la prova definitiva sarebbe stata quella del “difficile terzo album”, e ne aveva discusso appena un mese prima con Bruce Springsteen e Jackson Browne, durante la kermesse di “No Nukes”. Erano già eroi consacrati, quei due, e ad entrambi era accaduto al terzo album: ognuno su una costa diversa, ma con un seguito sovrapposto.
A Tom mancava quella consacrazione, ma già dalla foto di copertina, da quello sguardo un po’ guascone di uno che sa di aver fregato tutti, si capiva quanto fosse convinto di avercela messa tutta, fino in fondo: “Damn the torpedoes! Tiriamo diritto“.
Una foto iconica sin dalla prima volta che la osservi: rosso su rosso, di quello brillante, scarlatto, in contrasto col nero della giacca e quei capelli biondi a incorniciare l’azzurro di occhi che non diresti del Sud, né assoceresti a un Seminole. E il tocco di classe: quella chitarra, una Rickenbacker 625, fiammante 12 corde eredità di un immaginario che stava tornando, ma ancora nessuno lo sapeva.

Pubblicato mentre si spegnevano gli anni 70 e nuove musiche si affacciavano all’orizzonte, questo campionario di mainstream rock risulterà davvero la chiave per varcare i cancelli dello stardom, tanto per lui quanto per gli Spezzacuori.
D’altronde, cosa ci si può aspettare da un disco che si apre con un pezzo come Refugee?
Tum, taratum pum tum, tchwram! Un intro di batteria che ti costringe a seguirne lo sviluppo fino alla prima pennata di chitarra:

C’è qualcosa che entrambi sappiamo
Ma non ne parliamo molto
Non è poi ‘sto gran segreto
E comunque ci giriamo intorno
Ascolta, non me ne importa così tanto
Credi a ciò cui vuoi credere perché, vedi

Non devi vivere come un rifugiato”

Chi parla è amareggiato, la situazione in cui si trova non gli sta bene e si scopre più realista che in passato. Tom e i suoi sodali si stanno scontrando con il mondo dello showbiz: la ABC sta cedendo il loro contratto alla MCA, via la sussidiaria Backstreets, nonostante l’accordo firmato a suo tempo non ne preveda la possibilità se non dietro esplicito consenso del gruppo. Ne deriverà una causa legale che li vedrà capitolare di fronte allo strapotere dell’industria discografica, allora ancora potentissima.
La voce, nel ritornello, si fa forza nella rassegnazione di chi non ha più nulla da perdere, di chi è quasi fottuto ma sente che quella è la sua unica possibilità.
La batteria, dal suono rotondo dei tamburi a quello brillante dei piatti, detta il tempo sostenuta da un basso pulsante, con le chitarre a ruggire a sostegno di quella voce nasale, caratteristica, piena di sfumature e ricca nell’estensione.
Il break strumentale è pazzesco: l’organo ti prende di sorpresa, seguito da un breve assolo di chitarra che tornerà protagonista nel finale.
Quando si dice un brano da antologia.
La cosa difficile, in questi casi, è non affossare il resto dell’album. E per farlo, avresti bisogno di un’altra hit. Tipo quella che puntualmente segue.
Here Comes My Girl ha il passo sornione che conquista, la voce parte quieta e bassa mentre descrive nuovamente uno stato d’animo rassegnato, vagante in una città priva di speranza, poi sale di tono pensando a quando la sua donna lo cingerà in quell’abbraccio così confortevole, prima di esplodere e gridare quel bisogno irrefrenabile, per poi scorgerla e poter dichiarare a tutti, più serenamente:

Ecco che arriva la mia ragazza
Lei è tutto ciò di cui ho bisogno stanotte
“,

Quasi come fosse una dose dopo l’astinenza.
E forse lo è.
I riff di piano e organo ti fanno considerare che se la E Street Band comprende due tastieristi, allora è probabile che Benmont Tench sia uno e bino.
E stavolta è davvero complicato dare un seguito: due potenziali (e lo saranno) singoli eccezionali, uno di seguito all’altro. E poi?
E poi “anche i perdenti hanno una botta di culo, ogni tanto”.
Perché mentre sono seduti sul tetto, fumando sigarette e guardando la luna, lui le racconta storie sulle stelle, conscio che lei non potrà dimenticarlo facilmente, anche se volesse: basta un pizzico d’orgoglio per cercare la fortuna dei perdenti, quella che ogni tanto arriva.
La metafora è chiara, perché è esattamente ciò che succede a chi cerca un suo posto nel mondo del pop.
È a questo punto che capisci di avere tra le mani un capolavoro: Even The Losers è il terzo brano perfetto di un disco perfetto, quello in cui gli Heartbreakers da supplenti passano in ruolo, salendo stabilmente in cattedra.
Un suono compatto, un sentore di power pop intriso di romanticismo, accompagnato dalla batteria rutilante e granitica di Stan Lynch (e non mi darò pace quando lui e il leader litigheranno e questo rullatore sommo saluterà la compagnia) cui si aggiungono i riff e gli assoli incisivi e concisi di Mike Campbell, uno dei migliori chitarristi di sempre, che poggiano sul tappeto d’organo e vengono cadenzati dal basso sinuoso di Ron Blair: uno stile carpito di sana pianta dai dischi della British Invasion che tutti avevano consumato da ragazzini.
Dopo una così sincera dichiarazione ci vuole un po’ di respiro.
Niente di meglio di un po’ di rock and roll a rotta di collo, come l’uno-due da k.o. della sequenza che chiude il primo lato: Shadow Of A Doubt (A Complex Kid) e Century City sono lì, a ricordare gli esordi e quale formidabile macchina da guerra sia questo gruppo, quanto queste individualità siano versatili e coese.

Pausa: ci si solleva dal divano (o si smette di fare air guitar e air drumming, se “vivete” questo album come il sottoscritto), si alza la puntina, si sposta il braccio, si gira il disco riposizionando lo stilo sui solchi.

Gli strumenti partono assieme, tempo rock classico, non frenetico ma deciso.
Il piano accenna un riff insistente, dopo quattro battute entra l’organo, un paio di rullate (un giorno o l’altro le conto, le rullate in questo disco: e non ve n’è una superflua) e Tom a raccontare che… ehi!:

Sarà meglio che tu stia attento a come ti muovi
Perché potresti farti male
Qualcuno non sarà sincero con te
Riducendoti a pezzettini

Non trattarmi così
Non trattarmi così
E se io ti amassi?
Non, non, non, non

Non trattarmi così”

Basta sentire quel passaggio del ritornello, quando Tom ripete “don’t, don’t, don’t, don’t“, quell’esortazione che è una supplica, ma anche un avvertimento, per capire cosa sta attraversando in quel momento: un altro testo che nasconde le sue angosce di possibile fallimento dietro storie d’amore difficili, incerte.
Le registrazioni di “Damn The Torpedoes” hanno luogo in due studi diversi, a partire dall’aprile del 1978 e fino ad agosto dell’anno successivo, proprio mentre un gruppo pub rock londinese, Dire Straits, pubblica i suoi primi due dischi riprendendo quel suono à la J.J. Cale che, nemo propheta in patria, gli americani sottovalutano: successo stratosferico su entrambe le sponde dell’Atlantico. “Communiqué” esce a giugno, quando i ragazzi di Gainesville hanno già pressoché ultimato l’album, quindi è probabilmente un caso che il ritmo un po’ indolente di You Tell Me possa essere stato ispirato dai britannici, mentre è certo che Petty fosse un ammiratore del musicista di Oklahoma City. Un altro punto a favore del biondo.
Come tentare di sfruttare quello strano tentativo giornalistico di incasellare l’Heartbreakers sound nel filone Punk/New Wave? Ma con la velocità di What Are You Doin’ In My Life?,ovviamente: contrappuntata da un piano vertiginoso su un ritmo implacabile e una slide che impazza ovunque.
Bene, tutto bellissimo. Tutto che fila meraviglia. Ma i nostri non erano gente del Sud? Non arrivano da terre nostalgiche? Non si sono trasferiti in California, patria del country-rock più sincero e ruspante? E allora, Louisiana Rain sia!

La ballata che chiude questo capolavoro è essa stessa un gioiello, lascito di un demo del 1975 registrato in solitaria dopo lo scioglimento dei Mudcrutch. Luminoso esempio di come si possano fare proprie molteplici influenze, rielabolandole per trarne qualcosa di unico, personale, questa canzone è un instant classic, come almeno metà dei brani dell’album.
Dalla baia di San Diego, base navale della California del Sud, comincia un viaggio a ritroso, passando per la South Carolina, per ritrovarsi sotto la pioggia della Louisiana, quella che cade sul viso del protagonista confondendosi con le sue lacrime, gli penetra nelle scarpe, e gli fa temere di non ritrovare ciò che aveva lasciato quando raggiungerà la capitale dello Stato, Baton Rouge.
Il suono, qui, è prettamente californiano: uno stile vicino a quello di Jackson Browne, ma è come se al posto di David Lindley alla slide guitar ci fosse il supremo Ry Cooder, in una mimesi perfetta con Campbell.
Uscito il 19 ottobre del 1979, il giorno precedente quello del ventinovesimo compleanno di Tom, l’album farà sfracelli, non raggiungendo però il numero 1 della classifica americana, dato che quella posizione era saldamente occupata dal Muro pinkfloydiano, e con certi generi ubiqui non puoi competere.
Saranno estratti ben tre singoli: Don’t Do Me Like That, primo accesso alla Top Ten U.S.A., quindi Refugee e Here Comes My Girl, per le quali verranno girati dei videoclip che consentiranno ai musicisti di proseguire la tournée di lancio senza doversi recare personalmente negli studi televisivi per esibizioni il più delle volte in playback. L’uso di filmati sarà in netto anticipo sui tempi, siamo all’inizio del 1980, ma rivelerà un formidabile fiuto: il 1 agosto 1981 avrebbe esordito Mtv, e quei video sarebbero stati tra i primi ad esser trasmessi ripetutamente, in quanto già concepiti come tali (non erano delle riprese in concerto, né erano immagini di paesaggi accostate alla musica: gli Heartbreakers recitavano, si scambiavano sguardi, scherzi, sorrisi, rappresentavano un vero gruppo di amici).

Un successo annunciato, un fottuto capolavoro: buon compleanno, Tom.

P.s.: il 19 ottobre 1979 uscivano anche, dall’altra parte dell’Atlantico, i primi album dei Madness e degli Specials: non male come data, no?

 

 

 

 

 

Massimo Perolini

Massimo Perolini

Appassionato di musica, libri, cinema e Toro. Ex conduttore radiofonico per varie emittenti torinesi e manager di alcune band locali. Il suo motto l'ha preso da David Bowie: "I am the dj, I am what I play".