Ryan Adams – Wednesdays (PAX-AM, 2020)

Dannato Ryan, non ti si attendeva davvero così all’improvviso alla fine di dicembre quando tutti i giochi sono ormai fatti per le attese e famigerate classifiche di fine anno, e poi con un disco così, no, davvero non avresti dovuto farcelo.
In realtà, ripensandoci, con questa scelta di tempo hai tolto più d’uno dall’imbarazzo di doverti eventualmente trovare un posto nelle playlist adesso che il tuo nome è definitivamente macchiato se non cancellato. La mancanza totale di recensioni sul portale “Album Of The Year” ne è la evidente prova.
Avessi almeno pubblicato un’opera mediocre, di quelle né carne né pesce, no invece, dovevi proprio uscirtene con questa sfilza di brani uno più scintillante, viscerale ed intenso dell’altro a comporre un album che è difficile, se non impossibile, ignorare.Ryan Adams
Beh, non credere di farla franca, qui mica se la bevono tutti la questione della tua contrizione, del tuo senso di colpa, delle tue scuse tardive, alcuni si chiedono se ha ancora senso ascoltare la tua musica dopo che i tuoi altarini nel rapporto con l’altro sesso sono stati scoperti, altri predicano di distinguere l’artista e la sua opera dall’uomo e i suoi misfatti, altri ancora si sentono un po’ sporchi dopo aver ascoltato ed evidentemente aver provato delle emozioni ascoltando Wednesdays il tuo album. Non te la cavi facilmente demonio di un Ryan.
A dirla tutta non sono nemmeno io così convinto della sincerità del rimorso espresso in più passaggi del tuo disco, a partire da quel “I’m Sorry and I Love You” posto lì all’ingresso in modo quasi troppo conclamato per suonare veridico. Ma credo, prima di procedere, sia opportuno sgombrare il campo da due equivoci.
Separare con una mannaia l’uomo dall’opera d’arte per poter giustificare la condanna dell’uno e il contestuale apprezzamento dell’altra, non funziona, non può funzionare.
L’opera artistica è creatura dell’uomo e riconoscerne il valore a sé come qualcosa di distaccato, come se non fosse il frutto di una persona con il suo portato di negatività e positività, quasi che il parto artistico sia qualcosa che giunga dall’esterno e non dal ventre stesso del suo autore non può che rendere il giudizio sull’arte monco.
Quello che ci tocca nella musica e nei testi di Ian Curtis o John Lennon, Fabrizio de André, Bertrand Cantat o John Martyn, restando in ambito strettamente musicale, non può essere scisso dalla loro essenza umana inevitabilmente carica di tutte le contraddizioni connesse, se non con un’operazione razionale che inevitabilmente svuota il giudizio sull’arte dell’essenziale e imprescindibile elemento emotivo.
L’altro equivoco è quello per cui se ancora ci emozioniamo ascoltando o leggendo o guardando l’opera di persone dal comportamento discutibile o che addirittura si siano macchiate di gravi colpe, siamo in qualche modo loro complici, li assolviamo, e quindi dobbiamo sentirci sporchi, vergognarci. Credo che giungere a questo grado di immedesimazione con l’artista, tale da confonderci quasi con lui, sia andare decisamente troppo oltre rispetto al trasporto emotivo prima menzionato.
A questo punto la risposta di ognuno non può che essere personale. Così forse più l’artista in passato è stato in grado di “toccarci” meno saremo tranchant nel giudizio o magari, sentendoci traditi, accadrà esattamente il contrario, chissà. Che poi, a dirla tutta, chi è senza peccato…
Quindi riducendo il tutto a tre punti: non credo che Adams sia estraneo a quanto gli viene imputato, non sono in grado di sapere fino a che punto il suo rammarico e il suo senso di colpa siano realmente sentiti, non mi sono sentito sporco ascoltando il suo album.
L’ascolto continuativo di Wednesdays nell’ultima settimana mi ha costantemente evocato tre album, tutti e tre dolenti canti d’amore andato in rovina. Andando a ritroso nel tempo, il primo è Love is Hell dello stesso Adams uscito nel 2004, probabilmente il suo capolavoro nel cui titolo è riassunta gran parte della sua poetica, il secondo è Tunnel of Love di Bruce Springsteen del 1987, l’album in cui l’autore si confronta con le illusioni e le disillusioni dell’amore adulto, il terzo è Blood on the tracks del 1975, l’intervento a cuore aperto di Dylan su se stesso durante il penoso addio a Sara Lowndes.
Gli echi di quei dischi mi si sono infilati nelle orecchie ogni volta mentre scorrevano una dopo l’altra “Who Is Going to Love Me Now, If Not You”, “Wednesdays” “Poison & Pain” “When You Cross Over” arricchendone la trama e aggiungendo emozione ad emozione.
“Wednesdays”, disco pronto già a fine 2019, pubblicato in parte rimaneggiato nella scaletta e con una copertina differente rispetto a quella originale che citava Nebraska, veste un tessuto che ha i colori del crepuscolo, del momento in cui gli ultimi barlumi di luce si stemperano nel buio, ed ha il passo lento, felpato e difficile di una camminata sulla neve.
Il suono prevalentemente acustico in cui si fondono pianoforte, chitarre, slide, armonica, Hammond accoglie al meglio la voce di Adams il cui registro emotivo e dolente  si scioglie in un flusso di coscienza in cui trovano spazio atti di contrizione (“I’m Sorry and I Love You”), denuncia dei propri demoni (“Poison & Pain”), dichiarazioni d’amore e di smarrimento (“Walk in the Dark” “Lost in Time”), patetiche suppliche (“Who Is Going to Love Me Now, If Not You”), desiderio di poter invertire il corso del tempo (“Dreaming You Backwards”) ed un drammatico atto di accusa alla propria madre per la morte del fratello (“Mamma”).
Indiscutibile in tutto il disco è l’alto livello del songwriting di Adams che si erge costantemente ben al di sopra della media, frutto di una sintesi tra innato senso per la melodia killer e cura estrema nelle scelte di arrangiamento, sintesi capace di restare incisa nella mente di chi ascolta in modo netto e profondo.
Quanta sincerità ci sia in questo esame di coscienza non ci è ovviamente dato sapere, del resto anche l’opera che più appare autentica, prima di raggiungere il pubblico deve fare i conti con una mediazione razionale ed un lavoro di arrangiamento e limatura ed è illusorio per noi fruitori sapere dove finisce il vero e inizia il costruito.
Sarà la sensibilità di ognuno a rispondere e quindi dare fiducia o meno a quanto arriva dai solchi (…o dai codici binari), lo sarà anche in questo caso, particolarmente in questo caso.
Wednesdays cita il mercoledì, il giorno a metà della settimana, il giorno in equilibrio tra l’ascesa e la discesa (o la caduta), quel giorno in cui si resta in equilibrio per un attimo in sospeso intravedendo il bagliore del weekend dopo essersi messi alle spalle il buio del lunedì.
Ryan Adams è lì a metà del guado potrebbe cadere a valle o arrivare in fondo, e questo disco lo testimonia perfettamente, nel bene e nel male.
E che cos’è l’arte se non testimonianza?

Ettore Craca

"Nel suono, nella pagina, nel viaggio, nell'amore io sono. In ogni altro luogo e tempo non sono".