Before and after Brian Eno: “Here Come The Warm Jets”

Nel 1980 il neuroscienziato Benjamin Libet inaugurò il decennio con un’esperimento dall’esito beffardamente contro intuitivo che fa discutere gli appassionati e gli esperti del settore sino ad oggi e c’è da scommettere che continuerà a farlo nei decenni a venire.
Scoprì che è possibile intuire con qualche attimo di anticipo, monitorando il cervello, quale decisione una persona deciderà di intraprendere prima che essa coscientemente decida di prenderla. La decisione in questione riguardava il semplice movimento di un dito ma tanto è bastato per incrinare le certezze riguardanti il concetto di libero arbitrio.
Con gli anni gli esperimenti in quest’ambito si sono moltiplicati e diversificati, senza modificare però quanto è emerso negli anni ‘80, anzi, se possibile, rafforzandolo in vari modi (ad esempio con gli esperimenti di Haynes).
Le interpretazioni date dagli esperti sono le più molteplici: dalla presa di coscienza di non avere libero arbitrio al fatto che siano esperimenti di laboratorio che non rispecchino la vita vera. Più o meno in questo fronte potremmo schierare la Dottoressa Roberta De Monticelli che in un famoso paper, dal profumo squisitamente fenomenologico, spiega da par suo che tutto sta nel capire cos’é una decisione e che essa è tale solo in presenza di motivi, di ragioni, e che il flettere il dito o alzare il braccio destro o il sinistro non possono rientrare in tale ambito. Gli esperimenti di quel tipo, però, sono secondo lei molto interessanti perché lo scegliere senza motivazioni, in un fare per così dire istintuale è la base di quella che possiamo definire la nostra personalità, che è tale dalla nascita e che sarà poi, grazie alle esperienze di vita e di coscienza, arricchita sino a formare quello che noi definiamo noi stessi.
Io non ho gli strumenti per fornire una mia opinione da esperto in merito, essendo solo un umile impiegato in tutt’altro settore. Ho la mia opinione personale ma posso arrivare a solidificarla epistemologicamente solo fino a un certo punto. Posso però paragonare questa tesi, con un confronto sicuramente troppo ardito, con altro.
Risentendo anni dopo, rispetto l’ultima volta,  Here Come The Warm Jets di Brian Eno ho avuto degli echi in merito.
Brian Peter George St. John le Baptiste de la Salle Eno, in arte Brian Eno, fiorisce artisticamente alla corte dei beneamati Roxy Music. Dapprima come supervisore elettronico e architetto sonoro (ipse dixit) rimane durante i concerti dietro le quinte sino a far esplodere la sua meravigliosa eccentricità davanti al pubblico suonando le tastiere. Il contributo dell’artista britannico alle musiche del gruppo è da subito fondamentale. Il suo estroso tocco, ad esempio nell’epica “Ladytron”, nell’omonimo debutto della band guidata da Bryan Ferry, è un marchio di fabbrica impossibile da disconoscere. Dopo però il secondo lavoro del gruppo, quel For Your Pleasure con in copertina una giovanissima Amanda Lear, arriva l’abbandono. La sua figura, partita in sordina, era diventata sempre più ingombrante nel gruppo e non più desiderato, all’interno dello stesso, come prima.
Dopo l’avanguardismo di  No Pussyfooting con Robert Fripp dei King Crimson ed altri lavori particolarmente ambiziosi, esce, nel 1973, quello che si può considerare il primo vero esordio discografico di Eno:  Here Come The Warm Jets. L’album è piacevolmente frizzante. In un meraviglioso gioco di specchi tra brillanti giochi di tastiere, intellettualistici assoli di chitarre, strumenti fuori tempo, ritmi sbilenchi, condendo il tutto in un particolare abito di stranezza glam rock, diventa irresistibile, tremendamente divertente. Certo, “The Paw Paw Negro Blowtorch” o “Baby’s On Fire” sono lontane anni luce dal Brian Eno che verrà ma portano indelebilmente la sua firma, un po’ quello che la Dottoressa De Monticelli chiamerebbe “l’essere noi prima di noi”, per non parlare del solipsismo di “Driving Me Backwards” o delle distese strumentali di “On Some Faraway Beach”.
Brian Eno verrà ricordato nei secoli come il padrino della musica ambient, il creatore e punto di riferimento di una scena che lo vede come faro inimitabile.
I capolavori non tarderanno ad arrivare. A cominciare da Another Green World per poi passare alla consacrazione di Before And After Science e al profetico Music For Airports. L’ultrasettantenne musicista, tra un corso di acqua gym in piscina (chiedete a Damon Albarn per ulteriori informazioni) e gli ennesimi ottimi lavori solisti, collabora da sempre con i migliori artisti in circolazione nei loro ambiti. Come non citare gli Slowdive o Anna Calvi o Kevin Shields. A me piace, però, ricordarlo anche per quello che era prima di essere se stesso. Per la brillantezza caleidoscopica del suo esordio discografico. Un motivo in più per appoggiare una teoria sul libero arbitrio anziché un’altra…oppure no?

 

Andrea Castelli

Andrea Castelli

“All I want in life is a little bit of love to take the pain away, getting strong today, a giant step each day” (“Ladies and Gentlemen we’re floating in space” - Spiritualized)