Monster- R.E.M. (1994)

Inutile girarci attorno: lo shock fu notevole.
Dividendo, grossomodo, in due macrocategorie il typus “R.E.M. fan”, in fan “tutto ottimo fino a Green” e fan “Tutto ottimo anche dopo Green”, lo shock si manifestò con scuotimento di testa nei primi e “oddio oddio, che cos’è questo?” nei secondi.
Trovatemi subito i mandolini! Trovatemi il mid tempo di Buck ! il cantato accorato e intenso! : spazzati via, anzi “spiazzati” via.
Chi ama i R.E.M. sa perfettamente che il gruppo non è mai stato seduto sulla gloria della formula vincente.
Buck disse che avrebbe potuto comporre una “Losing My Religion”, tutti i giorni se avesse pensato solo al denaro. Come dire: possiedo le chiavi di una canzone perfetta e potrei usarla in ogni istante.
E in effetti, se pensiamo ad esempio al divario che esiste tra “Chronic Town” e “Reckoning” e al divario ancor più denso con “Fables…”, capiamo che, anche se non ami il genere, puoi solo levarti il cappello e tacere-
“Monster” segue “Automatic for The People” che, a sua volta, veniva dopo il planetario “Out Of Time “.
Con “Monster” si riattacca la spina a tutta la baracca. Perché ? Per divertirsi e per reagire a loro stessi.
In un’intervista Buck affermò che non volevano salire sul palco a “fare i R.E.M.”, quindi giu’ tutto, Changez!
E l’esito è potente.
Le chitarre acide e portanti, in distorsione la maggior parte del tempo. La sezione basso e batteria che supporta in modo tenace. Il falsetto come arma di distruzione sensuale.
Un disco chiaramente concepito per tornare sul palco cinque anni dopo la tournee’ di Green dell’89.
Un tour ridefinito ironicamente THE ANEURYSM TOUR (un giorno parleremo dell’ironia dei R.E.M. rintracciabile nelle note dei dischi e in molti altri aspetti).
Su wikipedia alla voce “Monster” si legge …Genere: grunge, alternative rock, punk rock, glam rock.
Ogni etichetta contraddice l’altra. Ma, sostanzialmente, è la purissima verità di “Monster”.
Di glam rock, c’è l’estetica di Tongue e I don’t sleep I dream.
Nel pianeta Grunge potrebbe rientrare “Bang and Blame”, sebbene per molti aspetti sia una perfetta “canzone R.E.M” ma con i distorsori lanciati a briglia sciolta nel bridge.
“I took your name “, “Crush with eyeliner” e “Star 69” dovrebbero essere i nocchieri del Mostro, nella sua anima punk e rock blues.
I due estremi di “Monster” sono però in due canzoni chiave: “What’s the frequency…Kenneth”, il perfetto singolo pop rock con le palle, e “Let me In”.
Quest’ultima si regge su due accordi, un tappeto di aghi di chitarra distorta à la grunge e la voce di Stipe che suona come un coro clericale
Il 94 è l’anno in cui Kurt Cobain mollò il colpo.
“Let me in” è “per Kurt, su Kurt e a Kurt”.
“Monster” oscilla tra chitarre nervose, testi sensuali, l’emozione distillata in un paio di ballate ( “Strange Currencies” e la psichedelica “You”), il noise’n’roll di “Circus Envy” ed il falsetto glam “I don’t sleep I dream”. Tutto filtrato attraverso una coltre di distorsori.
Il Mostro piace, vi si ritrova l’attitudine punk che si riconferma dopo le glorie planetarie; lo spiazzamento oggettivo che provoca e disturba.
Un giorno, forse, capiremo quale fosse la frequenza.*
Quella di “Monster” e’ alta, altissima

 

Paola Chessa

"Sardinista di spiccate tendenze Indie Wave"