Tra rabbia e voglia di maturare: 25 anni di “Vitalogy”.

C’è più di qualcosa di sensuale in un ammaliante oggetto circolare di puro, autentico, lucido vinile, delle dimensioni di una dozzina di pollici, e tre millimetri di spessore? E c’è più che qualcosa di molto sessuale in un braccio meccanico in alluminio che, con un movimento programmato e senza esitazioni, si abbassa voluttuoso e indomito sopra i suoi solchi, tempestato solamente da una piccola ma importantissima appendice di diamante, per poi insinuarsi laddove deve, laddove sa?
Il dolce suono che ne rimanda è di certo il miglior toccasana per qualsiasi malessere, rimedio esistenzialmente eupeptico per parecchie delle storture da inghiottire – sempre per forza di buon grado – durante una qualsiasi giornata della nostra quotidianità. Lo sanno bene tutti i feticisti musicali che tra le quattro mura grondanti note della loro casa preferiscono di gran lunga affidarsi ad un apparecchio meccanico a rotazione lenta e costante – analogica, per dirla alla maniera vintage – che non alla precisione sonica ma fredda di un apparato digitale. E lo sapevano bene anche i Pearl Jam, quando venticinque anni fa fecero uscire il loro bellissimo album – il terzo in 3 anni – “Vitalogy”. Anzi: esattamente venticinque anni fa, i cinque (allora) ragazzi provenienti da Seattle, decisero di comune accordo di far arrivare nei negozi di musica esclusivamente il vinile, che per circa due settimane fu l’unico supporto ascoltabile e acquistabile dai tutti i loro fan. Una scelta che fece il tutt’uno con la loro intenzione di far uscire un unico video musicale (il primo dopo 2 anni di intero silenzio televisivo in un’epoca in cui i soldi e la fama arrivavano molto più facilmente se adiuvati dalla volontà di MTV) relativo ad uno dei brani contenuti in quello stupendo album: la canzone scelta come primo singolo (e come video), manco a dirlo, fu “Spin the black circle”, un inno musicale e assolutamente ruvido a quel desiderio rock che è anche voluttà multisensoriale, un misto di eccitazione tattile e uditiva che tocca ogni millimetro del fisico ogni volta che entra in azione.

“Oh you’re so warm
oh, the ritual
as I lay down your crooked arm…”

In quelle liriche c’era tutta un’estetica e un completo desiderio musicale, mista ad una volontà di ringraziare quella vecchia amante, moglie, compagna, che era la loro musica e – con essa – quello strumento di piacere con cui erano abituati ad assumerla. Chiunque faccia della musica la propria più intima ragione di vita, ha come unico desiderio quello di lasciarsene cullare, abbandonandosi tra le sue braccia: braccia che sanno essere tenere madri ma spesso – e al tempo stesso – focose amanti. Mi ricordo bene cosa stavo facendo quando arrivò quel terzo album: marciavo al ritmo di “sissignore”, e le poderose rullate della batteria di Dave Abruzzese – che ancora militava fiero tra le fila del mio gruppo più amato – segnavano il mio passo.
A Novembre del 1994 eravamo già orfani di Kurt, ma avevamo pur sempre gruppi come Smashing Pumpkins, Alice in Chains, Soundgarden, e Rem: e ovviamente quei cinque ragazzi dai cappelli lunghi e dai bermuda con tasconi, che suonavano come dei dell’Olimpo. O, per lo meno, certamente questa era la mia personalissima impressione. Soprattutto dopo che riuscii ad ascoltare quelle quattordici tracce, una dopo l’altra, trattenendo il fiato e i battiti cardiaci: riuscii ad aspettare di buon grado (anche perché in caserma non sarebbe stato possibile ascoltarlo in vinile) quelle due settimane che mi separarono dall’uscita del Compact Disk. Rimandai tutte le definitive conclusioni musicali a dopo aver assunto quell’esordio registrato in materiale resistente. E rimasi letteralmente estasiato.
Tra le tante cose di cui rimasi sorpreso, ci fu il livello di quelle canzoni: non riuscivo a capacitarmi di come avessero potuto mantenere così alto il tenore musicale di quelle canzoni, una più bella dell’altra. Certo: tra le tracce più significative si trovavano tre intermezzi meno strutturati, costrutti dodecafonici quali “Stupidmop”, “Aya Davanita” o “Pry, to”, piazzati strategicamente in tre angoli del disco con la chiara intenzione di far rifiatare chiunque si apprestasse ad assumere quei 55 minuti di pura elettricità musicale. Ma a me – lo confesso – piacevano anche quelli. E non li saltavo mai, pur potendo farlo con una semplice e leggera pressione del dito sul tasto “forward”. Ma c’era di più, e anche molto. Perché dopo quei due dischi urlati di autentica rabbia giovanile  che erano stati l’irripetibile esordio “Ten” e il successivo “Vs” – sorprendentemente al suo stesso livello musicale, e forse ancora più veemente  – “Vitalogy” decretava per la terza volta una capacità di comunicazione, e di interpretazione del sentire di una intera generazione, inusitata e – per l’attitudine di bissare nuovamente certe altitudini musicali, rendendole loro mimetiche  – inaspettata; ma anche una nuova possibilità di cambiamento, di maturazione. Perché finalmente si riusciva a vedere che sotto tutta quella rabbia ingenua e sincera con cui si erano presentati al mondo con TEN, e dietro quel sentimento d’accusa che pervadeva Vs., c’era anche una immensa varietà e virtuosità musicale, unita ad un eclettismo lirico, che collocava i Pearl Jam a quello stesso livello di deità che nei decenni passati era appartenuto a gente del calibro degli U2 negli anni 80, dei Led Zeppelin nei 70 e – che il dio del rock mi strafulmini se per caso sto bestemmiando – a Beatles e Stones nei 60’s.
Vitalogy è un album di successi. Ma è assolutamente altro che questo. Vitalogy è ciò che fece loro capire che potevano anche rappresentare ben più che un musicale alter-ego generazionale per la Generazione X, che avrebbero potuto essere la voce dello spirito di donne e uomini la cui gioventù sarebbe ben presto diventata disillusa maturità.
C’è chi dice che negli anni i Pearl Jam si siano rammolliti, resi commerciali da una mollezza di ideali ormai scoppiati e resi vacui nel fallimento di una intera generazione. Io ovviamente non lo credo per nulla: nella loro musica sento ancora – invece – il sospiro faticoso di una generazione che ha vissuto vittorie (poche) e sconfitte (molte di più), ma che non per questo ha smesso di lottare. Ma, in effetti, che obiettività potrei mai avere? Faccio parte di quella stessa generazione, e mi sento parte integrante di quel gruppo di ragazzi con la cui musica sono cresciuto.
Partigiano, sempre.
E ‘Better man’, prima o poi.

 

Stefano Carsen

Stefano Carsen

"Sentimentalmente legato al rock, nasco musicalmente e morirò solo dopo parecchi "encore". Dal prog rock all'alternative via grunge, ogni sfumatura è la mia".