LOW Live – Bologna 12/05/2022


Teatro Duse 12 Maggio 2022

I primi suoni che ci raggiungono appena i Low nell’improvviso buio guadagnano il palco sono parole di ringraziamento.
Il che dice tanto, se non tutto.
Alan Sparhawk non può iniziare a suonare se prima non rende onore a chi li ha messi nelle condizioni di poter essere su questo palco, sul quale sono giunti in extremis dopo una piccola odissea conseguente al danneggiamento del furgone che era destinato a trasportarli da Vienna a Bologna.
Imbraccia quindi la chitarra, l’unica che lo accompagnerà dall’inizio alla conclusione, e ne tira fuori un aspro rantolo che si espande nell’aria, afferra i nostri sedili e li fa tremare sullo staccato marziale che apre “White Horses” il primo brano di  “Hey What”, ultimo (capo)lavoro del duo di Duluth.
Il palco è semibuio, i volti in ombra, le silhouette che a momenti prendono colore quando un fascio di luce investe i tre corpi per poi tornare a spegnersi : Alan e i suoi lunghi capelli biondi sulla sinistra, sua moglie Mimi Parker  al centro,  allo stesso tempo accogliente e ieratica dietro il suo immutabile drumkit privo di cassa, a destra la nuova bassista Liz Draper, talmente minuta da apparire una ragazzina, tanto da farmi immaginare erroneamente per tutta la durata dell’esibizione che possa essere la figlia della coppia: Hollis Mae.
Le due voci corrono all’unisono sull’ abrasivo metronomico pattern che non pare avere alcuna parentela con un suono di chitarra pur nascendo inequivocabilmente da essa, ma che poi si apre, progressivamente cresce per raggiungere nel finale una dimensione immane riempiendo la sala di qualcosa che fa pensare ad un orchestra sintetica da fine del mondo, per tornare infine a chiudersi sul punteggiato che sottolinea i ripetuti “I can wait” di due voci che continuano a correre allacciate l’una all’altra in una sorta di matrimonio nel regno dei cieli.
“All Night” è ninna nanna che menziona dure battaglie combattute allo stremo per tutta la notte, ed i “la la la” di Mimi riescono allo stesso tempo ad essere materni e sinistri. Il suono creato da tre strumenti ed una pedaliera appare qualcosa di inaudito, il momento prima appare gelidamente inumano per poi diventare poco dopo sovrumano quando le voci si librano in una sorta di empireo celeste come avviene nel finale di “Hey” primo momento topico del concerto, accolto in chiusura da un applauso quasi commosso.


L’innodia a due voci di “Days like These” riprende il filo riportandoci sulla terra con la purezza dei primi versi sporcata da quelle distorsioni metalliche che a partire dal precedente album “Double Negative” hanno preso possesso del mondo sonoro dei LOW, e la coda pacata del brano sottolineata da quel sospiro “again…..again…” e’ ancora una volta foriera di quella pelle d’oca che non può  che nascere da una profonda sintonia emotiva.
La supplica “Don’t’ Walk Away” è intonata dalla voce sconsolata di Alan che si adagia solitaria su suoni in reverse, fino al momento di ricongiungersi ancora una volta a quella della compagna di una vita, 

“I have slept beside you now
For what seems a thousand years
The shadow in your night
The whisper in your ears”

Ed il nodo in gola è dietro l’angolo, ricacciato indietro dall’assalto al vetriolo di “More” in cui è MimI da sola a condurre il gioco sull’acido tappeto electro, la sua voce allo stesso tempo pura e matura, lontanissima da qualsiasi virtuosismo, intensa come poche altre nella scena rock.
“The price you pay” è  l’ultimo atto di “Hey What” e conclude la prima parte del concerto come meglio non potrebbe partendo in sordina ed assumendo progressivamente  corpo ad ogni battuta in un crescendo dinamico che sembra poter procedere all’infinito riempiendo come un gas ogni centimetro di spazio della sala,  ma che all’improvviso si chiude davanti ad un pubblico attonito che, dopo un secondo di silenzio totale, non può  fare altro che spellarsi le mani.  L’annuncio da parte di Alan di un secondo set dedicato alle “old songs” non giunge inatteso ed è “Congregation” ad aprire le danze con il suo beat elettronico, la voce solitaria di Mimi ed il basso portante di Liz  che ne accompagna lo sviluppo lungo una durata ben superiore a quella della versione presente su “Ones and Sixes”.
E sempre dallo stesso album Alan va a pescare “No Comprende” classico esemplare dell’incastro perfetto tra le due voci al limite della magia, un incantesimo che si ripete quando la sequenza di chitarra discendente di “Sunflower” viene accolta dall’applauso che celebra uno dei brani manifesto del trio, un piccolo miracolo di perfezione pop capace di toccare nel sottoscritto corde profondissime.

“Disarray”, fuggita da quel monolite scuro che porta il titolo di “Double Negative”,  riporta l’atmosfera su binari inquieti con il suo beat industriale sovrastato ancora una volta dalla cristallina voce di Mimi in solitaria e funge da ponte per la tribale minaccia di  “Monkey”, brano di apertura di “The Great Destroyer” probabilmente il disco più immediato dei Low, anch’essa accolta, nel suo possente groove,  dal  fremito entusiasta del pubblico.
“Plastic cup” unico omaggio a ll’album“The Invisible way” è quasi archetipica dei Low più quieti e sereni quelli che parevano aver trovato pace in una comfort zone che avrebbe potuto accompagnarli ancora a lungo ma che è stata disintegrata dalle scelte coraggiosamente radicali intraprese dalla coppia con gli ultimi due album che ne hanno confermato l’indiscutibile grandezza.

“Cry me a river so i can float to you” sono i versi iniziali di “Especially me” tratta da “C’mon”   ultimo  climax di un set impeccabile, e qui davvero, se ti coglie alla sprovvista in un momento di fragilità, il canto di Mimi è in grado di portarti al pianto tale e tanta è l’intensità della melodia appoggiata sull’arpeggio di tre note che regge il brano dall’inizio alla fine. Qui in altre parole si tocca con mano il sublime. 

‘Cause if we knew where we belong
There’d be no doubt where we’re from
But as it stands, we don’t have a clue
Especially me and probably you

E’ l’immaginaria sordità evocata in “When i go deaf” con la sua cascata di distorsione finale a chiudere il concerto, il pubblico devotamente in piedi, i tre musicisti a loro volta sinceramente  grati per l’accoglienza. Una comunione perfetta di spiriti.
Il ritorno sul palco per i rituali encores non può che affrontare un cambio radicale di l’atmosfera perché  salire ulteriormente sul sentiero precedente sarebbe impossibile, ed allora spazio alla leggerezza pop di “What part of me” ancora da “Ones and Sixes” e al crudo riff ostinato di “Canada” tratta da “Trust” che fa muovere all’unisono le teste sino all’ultima nota.
L’affetto tra pubblico e musicisti è palpabile nei conclusivi saluti, nei ringraziamenti ripetuti di Mimi ed Alan nel bel gesto di quest’ultimo di allungare le setlist sul bordo del palco per chi voglia un ricordo di una serata memorabile.
Esco dal teatro con nel cuore la certezza di aver assistito a qualcosa di speciale, a tratti di sublime, con la convinzione che in questo momento per longevità, qualità, audacia, capacità di scaldare i cuori, la sola band in grado di competere con i Low siano gli stessi Low, e con la speranza che quanto evocato in “When i go deaf” non abbia a verificarsi  mai.

When I go deaf
I won’t even mind
Yeah, I’ll be all right
I’ll be just fine

I’ll stay out all night
Looking at the sky
I’ll still have my sight
Yeah, I’ll still have my eyes

And we will make love
We won’t have to fight
We won’t have to speak
And we won’t have to lie

And I’ll stop writing songs
Stop scratching out lines
I won’t have to fake
And it won’t have to rhyme

 

Ettore Craca

"Nel suono, nella pagina, nel viaggio, nell'amore io sono. In ogni altro luogo e tempo non sono".