Della perdita e del ricordo

L’elaborazione del lutto in cinque dischi
Sono giorni infami quelli in cui siamo stati catapultati senza quasi rendercene conto da poco più di tre settimane, da quando, cioè, la realtà del virus è deflagrata come una bomba nella vita di ognuno.
Giorni che non potranno che lasciare un solco profondo in ciascuno di noi.
Ci ritroviamo a contare quotidianamente i decessi in tripla cifra, arresi all’ineluttabilità di un dramma che nemmeno nei nostri peggiori incubi avremmo potuto immaginare.
Decessi che la nostra mente provata dalla reclusa vita quotidiana tende, per proteggere se stessa, a confinare il più possibile nell’orbita del mero dato statistico. Perché il freddo numero, il dato asettico reiterato non ha nulla di umano e permette di accantonare in un angolo un dolore che sarebbe annichilente se vissuto quotidianamente.
Ma ci sono momenti in cui il velo si squarcia in modo dirompente muovendo emozioni profonde in grado di nutrire a dovere le ghiandole lacrimali e di solito, almeno per quanto riguarda chi scrive, coincidono con l’ascolto delle testimonianze del personale sanitario che in quest’ultimo mese è stato in grado di ridefinire il concetto di spirito di sacrificio.
Uomini e donne che in corsia si battono indefessamente, bardati con dispositivi di protezione a volte insufficienti e sempre estremamente faticosi da portare per dodici o tredici ore al giorno, tentando in tutti i modi di salvare la vita agli sfortunati che si sono imbattuti nel contagio, uomini e donne che quotidianamente sono messi a confronto con una realtà di morte tale da annichilire.

“Eroi” è l’appellativo spesso utilizzato per definirli, ma nella sua epica retorica abusata è un termine che a nostro parere quasi ne sminuisce il ruolo, soprattutto ne mette in ombra la pena quotidiana ammantandola di un fascino guerresco che non ha nulla a che fare con quello che stanno affrontando.
Sono uomini e donne nel senso più puro del termine, nel senso più nobile. Persone che trovano il loro senso nel salvare i loro simili, per cui ogni paziente defunto è una sconfitta, una ferita profonda, e che sono disposti ai più alti sacrifici per adempiere a questo compito, mettendo a rischio la propria incolumità personale come mai prima.
Il dolore vissuto nei reparti dedicati ai pazienti Covid 19, in particolare quelli di terapia intensiva dove i “Pronati”, come vengono definiti, giacciono in posizione prona per aiutarne il respiro, è un dolore assimilabile a quello che aleggia nei reparti di oncologia, luoghi dove la morte è in agguato pronta a ghermire, un dolore che è stato raccontato in musica in vari frangenti da artisti toccati personalmente da lutti profondi causati dalla malattia.
Sono parecchi i brani che hanno cercato di esprimere lo smarrimento dell’uomo di fronte alla sofferenza e alla perdita delle persone care. Non sono invece molti i musicisti che hanno dedicato un intero disco alla narrazione della malattia e della perdita, ne vogliamo percorrere insieme alcuni.

ELECTRO SHOCK BLUES – EELS (1998)electro shock blues
Mark Oliver Everett a.k.a. Mr E., il deus ex machina dietro il progetto EELS ha toccato spesso nei propri album temi dolorosi legati alla perdita. Del resto la sua vita è stata letteralmente costellata da lutti che si sono susseguiti a tratti in rapida sequenza.
Il nadir viene raggiunto tra il 1996, anno del suicidio della sorella Elizabeth, e il 1998 anno in cui la madre soccombe ad un cancro ai polmoni in concomitanza con l’uscita del secondo disco degli EELS, “Electro-shock Blues”. È un biennio devastante per Mark che in questo deserto di dolore in cui deve fare i conti con l’ineluttabile realtà di essere destinato a diventare l’unico superstite della propria famiglia (il padre era morto quando aveva 19 anni) riesce a dar vita ad un’opera di grande intensità emozionale e varietà stilistica. prendendo come punto di partenza il diario della sorella sofferente di malattia mentale che aveva vissuto la sconvolgente esperienza dell’elettroshock.
È un disco questo che pur se ammantato di sofferenza attinge ad una ampia tavolozza emotiva facendo ricorso a registri musicali molto vari, per cui accade che testi molto deprimenti si ritrovino a volte rivestiti da abiti se non allegri almeno sereni (My descent into Madness), e viceversa (Baby Genius).
L’album è il modo con cui Mr E cerca di venire a patti con quello che significa cercare di mantenere l’equilibrio mentale quando tutto intorno sta crollando e riesce a raccontare questo intimo percorso in modo molto immediato raggiungendo picchi di massima intensità emotiva In “Climbing to the moon” ove Mark racconta la visita a sua sorella presso il centro di salute mentale poco prima della morte e in “Dead of Winter” in cui è invece il penoso trattamento di radioterapia che sua madre deve subire prima dell’ultimo addio a trovare espressione sonora.

HOSPICE – THE ANTLERS (2009)hospice
Gli Antlers di Brooklyn sono il progetto di Peter Silberman. Nel 2009 danno alle stampe il loro secondo album dal titolo emblematico “Hospice”.
È un disco nato integralmente dalla mente di Silberman nel quale viene narrata una vicenda, non si sa quanto autobiografica, ambientata in un un istituto sanitario per terminali, che vede protagonisti un operatore dell’Hospice ed una giovane ricoverata affetta da cancro alle ossa.
I due vivono una relazione in cui amore, dolore, disperazione, manipolazione si intrecciano in modo contorto in una spirale distruttiva.
Musicalmente l’album ha un mood malinconico con melodie vocali cantate da Silbermann facendo spesso ricorso al falsetto inserite in una trama sonora che oscilla tra dreampop, shoegaze, certo post rock in grado di restituire un atmosfera ovattata e nebulosa che pare fatta apposta per ricreare sensazioni indotte da medicinali. “Ketttering”, “Atrophy” e “Two” in particolare, pur se all’interno di una scaletta priva di cali, sono momenti in grado di evocare vividamente la compassione e la pena di un addio cui si approda dopo un lungo calvario.

CARRIE AND LOWELL – SUFJAN STEVENS (2015)carrie and lowell
È il disco più intimo e personale di Sufjan Stevens ed anche in questo caso è inevitabilmente legato alla lunga elaborazione di un dramma personale: la morte per cancro di sua madre Carrie, che l’aveva abbandonato in varie occasioni ancora bambino con il fine ultimo di tutelarlo dalla propria malattia mentale (schizofrenia) e dai propri abusi di sostanze.
Una madre quindi vissuta come una assenza, come un vuoto inenarrabile che purtuttavia viene celebrata, forse proprio per quell’atto di amore insito in quell’abbandono “protettivo”, con canzoni che sono elegie acustiche e che conferiscono all’intero album un’atmosfera pastorale che suggerisce una serenità di fondo nel chiudere i conti con questa figura materna e con quella del patrigno Lowell che lo aveva peraltro aiutato nella fondazione della propria etichetta discografica.
Ci sono momenti nel disco talmente personali da dare l’impressione di stare assistendo di persona a qualcosa di troppo intimo, in particolare accade in “Fourth of July” che ripercorre il dialogo, vero o immaginario, tra madre e figlio sul letto di morte.
Sufjan il sopraffino arrangiatore di “Illinoise” ha spogliato la materia sonora fino all’osso, privandola di abiti per presentarla nuda in quello che probabilmente resterà per sempre, nella sua aerea leggerezza, il suo disco più potente,

A CROW LOOKED AT ME – MOUNT EERIE (2017)a crow looked at me
Anche Mount Eerie è in realtà una sigla che designa un solista, a confermare che è più naturale affrontare in musica temi cosi personali lavorando da soli.
Lui è  Phil Elverum canadese, noto anche con il nickname Microphones. Nel 2015, soltanto quattro mesi dopo la nascita della loro figlia, alla compagna Genevieve Castrèe viene diagnosticato un tumore al pancreas che la porterà alla morte il 9 luglio del 2016.
Il devastante lutto porta Phil a cercare una catarsi nel racconto puro e semplice, dell’esperienza vissuta tramite la musica. Registra con una strumentazione minimale nella camera dove Genevieve è  mancata, lo fa durante la notte quando la bambina, di cui è diventato il solo riferimento, dorme.
Sono crudi flussi di coscienza che rivivono momento per momento il periodo della malattia e quello immediatamente successivo.
Il testo del brano che apre il disco “Real Death” è sufficiente per rendersi conto del grado di sincera e cruda intimità che questo disco riesce a toccare, sono versi in grado di spezzare il cuore più granitico “La morte è reale, qualcuno c’è e poi non c’è più, e non è qualcosa su cui fare canzoni, non è qualcosa su cui fare arte, quando la vera morte entra in casa, tutta la poesia è muta, quando entro nella stanza dove c’eri tu, e guardo il vuoto al posto tuo, tutto crolla, le mie ginocchia si piegano, non connetto più, non trovo le parole, incrostato dalle lacrime, catatonico e schietto, scendo giù vado fuori e c’è ancora posta per te, a una settimana dalla tua morte è arrivato un pacco a tuo nome, e dentro c’era un regalo per nostra figlia che avevi ordinato in segreto, bloccato lì sulle scale piango, uno zaino per quando andrà a scuola tra qualche anno, pensavi a un futuro che sapevi non includesse te”.
Un disco che non è mai facile affrontare ma in grado di metterti a confronto con le parti più profonde dell’essere umani.

MAGIC AND LOSS – LOU REED (1992)magic and loss
È forse inevitabile chiudere questa breve rassegna con il disco che probabilmente più di ogni altro, sin dal titolo, coniuga in modo sublime i temi della perdita e del ricordo.
Nel 1990 Lou Reed seppellisce l’ascia di guerra con John Cale e celebra davanti al mondo una veglia funebre in memoria di Andy Warhol pubblicata sotto il titolo di “Songs for Drella”. L’atmosfera sacra e dolente di quel disco non resta un episodio unico.
L’anno successivo porta infatti a Reed l’ulteriore dolore della perdita di due cari amici, uno è Doc Pomus che era stata una figura importante per Lou all’inizio della carriera, l’altra è una donna la cui identità nonostante le supposizioni è rimasta ignota. Entrambi muoiono vittime del cancro dopo un lungo calvario ospedaliero.
Da questi tragici eventi Lou riesce, da par suo, a mettere in versi un’elegia toccante in forma di concept, attraversando un brano dopo l’altro le varie fasi della sofferenza, della speranza, della depressione, della lotta, della fede.
Lo fa utilizzando una formula sonora molto asciutta e diretta costruita sui consueti pilastri alla base dei migliori dischi di Reed: due chitarre, basso, batteria ma non lesinando l’utilizzo di calibrati suoni sintetici.
Ascoltandone con attenzione il flusso narrativo Lou riesce a portarti a fianco di quei capezzali, ti permette di vivere in modo palpabile quei momenti, quelle riflessioni, quelle emozioni che lui, come moltissimi altri che hanno vissuto simili tragedie, ha provato.
Un immersione nella sofferenza che non tutti riescono a sostenere ma che non può lasciare indifferente chi decide di affrontarlo, perché attraversare e vivere fino in fondo il dolore è sempre la prova suprema che ci ricorda il nostro essere umani.
Il disco è una delle cose più belle che Reed ha prodotto nella parte più matura della sua carriera e trova agevolmente posto, a nostro parere, tra i dieci più significativi della sua vicenda solista, per il suo essere un tassello fondamentale nel racconto di una esistenza che non si è fatta mancare alcun tipo di esperienza e che, grazie ad un talento con pochi eguali, è diventata pura poesia del reale.

I versi finali del brano che chiude e che da il titolo all’album sono probabilmente il modo migliore per chiudere questo excursus con il quale si è voluto offrire un tributo di vicinanza e compassione a chi si trova a fronteggiare la sofferenza ed il lutto in questo tempo crudele, un tempo talmente spietato da togliere persino il conforto di un ultimo degno saluto a chi si è amato.
Un tempo che dovremo metterci alle spalle ma che non potremo mai dimenticare.

Mentre attraversi il fuoco
cerca di ricordarti il suo nome
mentre attraversi il fuoco
passandoti la lingua tra le labbra
non potrai restare uguale
E se il palazzo brucia
vai verso quella porta
ma senza spegnere le fiamme
c’è un poco di magia in ogni cosa
e un po’ di perdita per compensare le cose
(MAGIC AND LOSS)

Ettore Craca

Ettore Craca

"Nel suono, nella pagina, nel viaggio, nell'amore io sono. In ogni altro luogo e tempo non sono".