The Winstons: “Smith”

S’immagini un pomeriggio di pioggia sottile per le strade di Londra: atmosfere brumose, i contorni delle case sfumate in un mesto color di malva, una cappa di plumbea caligine che si dispiega come un manto radioattivo sulle strade. D’improvviso, uno squarcio di caleidoscopiche sonorità spazza via la gravezza di forme e sensazioni, e sull’ideale proscenio irrompe lo spettro cromatico proteiforme di un arcobaleno. Ecco, così vorremmo descrivere la musica del progetto Winstons, il più inglese dei gruppi italiani. Un supergruppo contemplante ex componenti di Afterhours e Calibro 35, uniti dall’amore per la musica inglese, a prescindere dagli steccati tra i generi, prettamente rinviante agli anni ‘60 e ‘70. In buona sostanza, Enrico Gabrielli, Roberto Dell’Era e Lino Gitto, dopo la prova d’esordio del 2016, licenziano per i tipi della Sony l’ultima loro intrapresa discografica: “Smith”. Anche il nome del gruppo, coniugato abilmente al titolo dell’album, rinvia a reminiscenze letterarie di gran lignaggio: quel “1984” di George Orwell, il cui protagonista si chiama proprio Winston Smith.winstons
Il nucleo sonoro dell’album è pregno di riferimenti a svariati generi musicali, di matrice albionica: dalla verve psichedelica dei primi lavori dei Pink Floyd alla scena progressiva di Canterbury (Caravan in primis, Robert Wyatt, Hatfield And The North, Camel); da echi jazz-rock a vere e proprie distorsioni hendrixiane, a pulsioni brit-pop con addentellati di taglio psych. Una miscellanea che trova virtuosa sintesi grazie all’eccezionale perizia tecnica e strumentale dei musicisti in parola. Brani quali “Mokumokuren”, che sembra estrapolato di peso da “The Piper At The Gates Of Dawn”, prima di esplodere in una sontuosa spettrografia di suoni psichedelici, o “Tamarind Smile / Apple Pie”, dall’incedere marcatamente progressive, con scale di vertiginosa creatività coniugata su ritmi cangianti, ora innervati del fuoco sacro del rock ora stemperati in toni crepuscolari sotto cieli color ocra, rendono già l’idea di quanto prezioso e complesso sia l’album in questione.
Tra le altre perle sonore del disco si possono annoverare senza tema di dubbio: “The Blue Traffic Light”, prodigioso frammento di pop psichedelico, con fiammei inserti di stampo jazz che tarsiano di riflessi aurati la già preziosa trama sonora; “Impotence”, dai connotati tipicamente canterburiani (non a caso, vi compare nientemeno che il grande Richard Sinclair); “Sintagma”, la più sperimentale delle tracce del disco, con un giro di basso possente che fa da sfondo all’intreccio onirico di tastiere distese come un mantello sonoro sull’architettura del brano e la chitarra tesa in sanguinoso spasmo, al limite della distorsione hendrixiana. A sigillare un album di squisita fattura, “Rocket Belt”, una scheggia revivalista che pare mutuata dalle stagioni migliori di Kinks e Who. Disco dalle sublimi e iridescenti rifrangenze.

Rocco Sapuppo

Rocco Sapuppo

"Rocco Sapuppo, bibliotecario di Babele, poeta e scrittore per un oscuro fato, critico musicale per sommo diporto, cuore rossazzurro (Catania)."